Category Archives: Undercover operations

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Perverts Cutthroat Cannibals Served as ‘Armed Quick Reaction Force’ Within the U.S. Special Forces in Libya

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“Old shoes, when are no longer useful, can be throw away”. Ahmed Abu Khattallah, a mercenary terrorist from Benghazi,  suspected of various crimes and recently arrested by the U.S. intelligence, once served as a key conduit in an effort staged … Continue reading

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Abdeldžalil (Abdul Jalil Mustafa) approved the presence of NATO troops in the territory of Libya

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“Green” source reports that Abdeldžalil finally decided to get rid of armed gangs, “rats”, in accordance with the agreement with NATO. 350000 American troops scheduled to arrive on the territory of Libya. Now the Brigade redeployed from Iraq in Kano … Continue reading

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As the “Humanitarian Warriors” Gloat… Here’s the Key Question in the Libyan War

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By Diana Johnstone – Counterpunch.org These days the humanitarian warriors are riding high, thanks to their proclaimed victory in Libya.  The world’s only superpower, with moral, military and mercenary support from the democracy-loving emirate of Qatar and the historic imperialist powers, … Continue reading

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Human Rights Watch: another Zionist tool

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Human Rights Watch: another zionist tool to mislead the public opinion By MKERone – Mathaba.net Most of the people think that Human Rights Watch (HWR) is a non-profit, 100% independent organization. They also believe that its aim is to defend … Continue reading

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LA GRANDE BUGIA: Usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre

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LA LIBIA E LA GRANDE BUGIA: Usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre Mahdi Darius Nazemroaya, Don Debar La guerra contro la Libia è costruita sulla frode. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato due risoluzioni contro la Libia, … Continue reading

UAE Supply Weapons to Libyan Terrorists NATO Rebels

UAE Supply Weapons to Libyan Terrorists NATO Rebels,

01 August 2011, War On Libya

L’Italia trasferisce armi ai “mercenari Nato” di Bengasi?

Armi ai “ribelli” libici? Segreto di Stato

La vicenda, già affrontata da Giancarlo Chetoni (Rinascita.eu) e oggetto di un’interrogazione parlamentare dei senatori Lannutti e Pedica (Eliolannutti.it), finisce sui banchi del Consiglio regionale della Sardegna. (ByeByeUncleSam)

Cagliari, 19 luglio – Giallo sulla scomparsa di 400 missili, razzi anticarro e katiuscia custoditi nella base della Maddalena, in Sardegna. Ora sulla vicenda c’è il segreto di Stato imposto dalla presidenza del Consiglio e l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Tempio-Pausania, per capire che fine abbia fatto quell’arsenale sequestrato alla Jadran Express nel 1994.
La vicenda ha inizio nel maggio scorso, quando il quotidiano sardo ‘La Nuova Sardegna’ scopre che ”un ingente carico di materiale bellico, già oggetto di inchieste della magistratura sul traffico internazionale di armi, è stato trasferito da depositi sotterranei nell’Isola di Santo Stefano utilizzando navi passeggeri della Saremar e della Tirrenia, dalla Sardegna a Civitavecchia”. Un carico di armi custodito per 17 anni nei sotterranei della marina militare e, sembra, trasportato su navi di linea dalla Sardegna a Civitavecchia.
”L’enorme carico di armi – scrivono in un’interrogazione i consiglieri regionali della Sardegna del gruppo Sel-Comunistas-Indipendentistas, Claudia Zuncheddu, Luciano Uras, Raduan Ben Amara, Giorgio Cugusi e Carlo Sechi -, fu sequestrato nel 1994 nel Mediterraneo, perché destinato a rifornire il traffico clandestino di materiale bellico, e conta 30mila fucili d’assalto Ak-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg”.
(…)
Sembrerebbe che il 17 maggio scorso l’arsenale sarebbe stato trasferito in quattro container del Genio, poi caricato su un traghetto Saremar, e da Palau, ”sotto scorta di militari a bordo di automezzi targati Marina militare, il viaggio del convoglio sia proseguito verso Olbia. Dove, all’Isola Bianca, i container sarebbero stati fatti salire insieme con gli ultimi mezzi, alla fine delle operazioni di carico di tutti i veicoli, su una nave Tirrenia con 700 passeggeri”.
(Adnkronos ripreso su http://byebyeunclesam.wordpress.com/)

VEDI ANCHE PDF CORRELATO: 400 MISSILI AI “RATS”

NATO Rebels in Libya are already selling oil to their U.S. Friends

Posted by Waterput on Thursday, June 9, 2011

Through the facebook site of Cynthia McKinney we could read about secret American bombings on Yemen and about the selling of oil by the NATO Rebels to the United States. A US Company called Tesoro has according to CNN entered into a deal to refine 1,2 million barrels of oil from the East of Libya.

The U.S. has said that they will support the selling of oil by the Rebels as a means to support what they refer to as the Libyan people, as if the Rebels of the Transitional National Council are truly representives of the Libyan people. With the money earned with these kinds of deals the Rebels are able to buy weapons, since the weapons embargo against Libya is probably hardly checked when it comes to NATO’s rebel friends.

It is funny that there are strict sanctions against Libya, but apparently these sanctions allow for the Rebels to ship their oil to the U.S.

source: Libyan Rebel Group sells first oil to United States

Also see: UN using NATO as private security forces in Libya (June 10, 2011)

Font: http://waterput.yolasite.com/english/nato-rebels-in-libya-are-already-selling-oil-to-their-u-s-friends

Armi “umanitarie” italiane ai “Rats” (Ribelli Atlantisti Terroristi Sionisti)

Armamenti: i nostri aiuti umanitari ai ribelli libici

Giancarlo Chetoni – Rinascita.eu – 10/6/2011

Il materiale “made in Russia”, messo sotto sequestro dalla Procura di Torino dopo il fermo avvenuto nel Canale di Otranto nel 1994 del cargo Jadran Express ad opera di un’unità della Marina Militare operante nell’Adriatico per il rispetto della risoluzione Onu che vietava l’esportazione di armi verso Paesi belligeranti nei Balcani, lasciò, in custodia temporanea, nella disponibilità del ministero della Difesa 30 mila fucili d’assalto Ak 47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg.
Il carico finì per essere momentaneamente dirottato in Sardegna per lo smaltimento dove è rimasto fino alla sentenza della Cassazione arrivata nel 2005.
Stivato nei depositi-bunker sotterranei dell’isola di Santo Stefano in località “Guardia del Moro” è rimasto in giacenza fino al mese di aprile di quest’anno sotto la custodia delle Forze Armate.
Per 6 anni i tre titolari di via XX Settembre degli esecutivi Berlusconi-Prodi-Berlusconi hanno omesso di dare esecuzione al provvedimento della magistratura del capoluogo piemontese e confermato in terzo grado di giudizio in quello laziale.
Dal 15 di maggio il deposito-bunker nell’arcipelago della Maddalena è incappato nella curiosità dei residenti. L’interesse sollevato dalla guerra dell’Italia alla Libia e qualche dichiarazione di Frattini sugli aiuti da destinare alla Cirenaica hanno fatto da miccia. Si è notato un aumento di presenze di personale militare e la movimentazione di contenitori imbarcati sul traghetto della Saremar che collega l’isola con Palau prima di essere trasferiti su un unità della società di navigazione Tirrenia che fa servizio passeggeri sulla rotta Olbia Civitavecchia.
Ne ha dato notizia la “Nuova Sardegna” il 4 giugno.
Il quotidiano di Sassari riferisce di quattro contenitori da 40 piedi trasportati sul continente.
Secondo voci locali l’attività in uscita di materiale bellico dalla base-deposito va avanti dalla prima settimana di aprile con più di 35 “carichi eccezionali” affidati a trasportatori provenienti, come si dice da queste parti… dall’Italia per marcare il muro psicologico venutosi a creare tra gli isolani e i governi nazionali per il costante disinteresse che hanno manifestato per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna dagli anni ‘80 in poi.
Interrogata la Capitaneria di Porto sulla pericolosità di far stazionare su un trasporto passeggeri materiali militari il comando locale ha escluso qualunque possibilità di “esplosione” durante la navigazione perché reso preventivamente “inattivo”. Un lavoratore portuale avrebbero dato per certo dallo sforzo delle motrici nel moto di avviamento sulla rampa-nave e dalle “imbarcate” dei pianali l’esistenza nei contenitori di “carico pesante” come armi e munizioni. La notizia è corsa come il vento in tutta la Sardegna. Il sospetto avanzato è che le “uscite” siano state movimentate per far arrivare una parte delle scorte conservate a “Guardia del Moro” a Bengasi nonostante le smentite arrivate sia da La Russa che da Frattini che il Bel Paese si sarebbe astenuto dal fornire armi offensive di qualunque genere ai sostenitori della monarchia senussita anche se… pronti a fornirne di adatte alla difesa. Un confine, come si capisce, sottilissimo e che puzza lontano un miglio della solita fogna ottosettembrista.
Un conto è far distribuire da qualche decina di “istruttori” del Bel Paese a dei tagliagole un centinaio di mitragliette M(P)12, come è stato già fatto, altro sarebbe stato il consegnare al Consiglio Transitorio della Libia delle migliaia di fucili d’assalto Beretta Ar 70-90 con tanto di stampigliatura e altra cosa ancora è la donazione sottobanco di esuberi di Ak 47 di fabbricazione ex sovietica, già di proprietà dell’oligarca Alexander Zhukov, destinati a mimetizzarsi perfettamente sul terreno con le armi e il materiale inizialmente saccheggiato dai “ribelli” nei depositi del colonnello Gheddafi. Un trasferimento in Cirenaica di armi e munizioni anche pari a quelle a suo tempo messe sotto sequestro sulla motonave “Jadran Express” non lascerebbe tracce di sorta.
Verrebbe facilmente assorbito dal mercato della guerra sporca alla Jamahiriya dove circola unicamente materiale ex sovietico, russo o di esubero “occidentale” degli anni ’80 di provenienza centroafricana.
Per capire perché la Nato abbia intensificato i bombardamenti sulla Jamahiriya, accanendosi sul quadrilatero del compound di Bab al Azizya, nei giorni 7-8-9-10 giugno basterà sapere che una delegazione di altissimo livello del “rais” è stata negli stessi giorni in visita di Stato in Cina.
Una visita piena zeppa di segnali politici nel caso si rendesse necessario un ulteriore passaggio
all’Onu per un attacco a terra dell’Alleanza Atlantica alla Libia.
Anche se al Comando Centrale di Bruxelles si stima che un impiego protratto su larga scala di elicotteri di attacco e di cacciabombardieri oltre che di “istruttori” e bande di tagliagole sia di per sé già sufficiente per portare a “breve” al collasso le forze armate di Gheddafi.
La Nato punta inoltre a distruggere qualsiasi deposito di carburante, anche sotterraneo, del Colonnello e a tagliarne le linee di approvvigionamento via terra.
Il blocco navale impedisce, tra l’altro, i rifornimenti di derrate alimentari alla popolazione libica. Le scorte accumulate sono destinate ad esaurimento. I metodi di guerra adottati contro la Jamahiriya ricordano da molto, molto vicino quelli usati contro l’Iraq di Saddam Hussein.
Pressoché identica anche la morfologia del terreno e la strategia militare di strangolamento adottata dall’aggressore, compreso i bombardamenti “ad personam”.
La differenza più significativa sta nel volume di fuoco scatenato nel 2003 su Baghdad e nel 2011 su Tripoli anche se c’è da dire che sia i numeri che le qualità, nel personale e nelle dotazioni militari, sul campo non sono comparabili.
Nel tentativo di spezzare il cerchio di fuoco che si va concentrando sulla Jamahiriya, giovedì 7 il ministro degli Esteri Obeidi è andato a Pechino per incontrare l’omologo Yang Jechi e il premier Wen Jiabao trattenendosi nella capitale per 72 ore. Tempi da visite di Stato con l’obbiettivo di mandare “segnali” all’esterno.
L’esito degli incontri ha soddisfatto in pieno le aspettative dell’inviato di Gheddafi.
Il portavoce di Pechino Hong Lei, dal canto suo, ha dichiarato che la Cina incrementerà i legami politici, finanziari, commerciali e militari con tutti i governi emergenti dei Paesi Arabi che hanno dimissionato i “leaders storici” in Africa e Vicino Oriente. Il riferimento a Tunisia ed Egitto e al prossimo defenestramento nello Yemen, è apparso implicitamente evidente.
Poco meno, di fatto, che una dichiarazione di guerra a Usa, Europa e Nato. Il ministro della Difesa di Pechino ha inoltre lanciato un durissimo avviso agli Stati Uniti.
Un attacco al Pakistan, alla sua integrità territoriale, ai suoi impianti atomici o al suo armamento nucleare costituirebbe una minaccia intollerabile per la Repubblica Popolare di Cina.
Per rendere più credibile l’ultimatum a Wastington il presidente Hu Jintao ha firmato un ordine esecutivo di trasferimento immediato, senza compenso finanziario, a Islamabad di 50 moderni cacciabombardieri multiruolo JF 17 e del relativo armamento di supporto. A livello planetario, dal 1953, non è mai successo qualcosa del genere.
Una donazione da miliardi di dollari che la dice lunga sullo stato dei rapporti politici e militari tra Usa e Cina al di là dell’interesse commerciale e finanziario reciprocamente vantaggioso esistente al momento. Una bonaccia che si va (lentamente?) o dissolvendo o trasformando in una sorta di odio-amore da guerra fredda.
Naturalmente in Italia nessuno ne ha saputo nulla. L’unica notizia circolata ha riguardato un incontro di “informazione” richiesto dal Consiglio Nazionale Transitorio avvenuto tra il “responsabile esteri” al Issawi e un funzionario dell’ambasciata di Pechino in Egitto per tamponare come possibile l’iniziativa della Jamahiriya.
Tanto è bastato all’Ansa, all’Agi e all’Adnkronos per titolare all’unanimità “la Cina apre alla nuova Libia”.
Nella Repubblica delle Banane vanno, è evidente, di moda le “lesbiche fantasma” di Facebook.
Nel frattempo dall’ambasciata della Siria a Roma arriva la denuncia di “manipolazioni criminali” nell’informazione. Tutt’altro che un caso. A Damasco si ricorda perfettamente l’invito di qualche tempo fa del Quirinale alla (splendida lo aggiungiamo noi) Signora Asma al Assad per testare il terreno sulla possibilità di uno sganciamento di Damasco dall’Iran. Frattini sta facendo il resto. Resta da capire quale sia il livello di autonomia politica con cui opera l’ex magistrato contabile.
Per questo fine settimana di giugno Roma potrà offrire opportunità di svago da favola al presidente del Consiglio.
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=8803

Francia: perchè la rapina a mano armata del gas libico?

Il gas libico è indispensabile alla Francia per convertire le vecchie centrali nucleari che sono da smantellare al piu’ presto

Libia: la Francia arma e inquadra i ribelli

Libia: la Francia arma e inquadra i ribelli

1 luglio 2011 – Voltairenet

Le Figaro, il 28 giugno 2011, rivela di aver potuto consultare una mappa dei servizi segreti francesi che dimostra che lanci di armi sono stati effettuati dalle forze francesi, in quattro località della Libia.
Il giornale afferma anche che “due piste di atterraggio di fortuna hanno permesso a velivoli provenienti dal Golfo Arabico di continuare le spedizioni di armi dei francesi.”
Réseau Voltaire rivela di aver potuto vedere un dossier del governo libico che afferma che due aerei francesi, e aerei del Qatar, con base in Tunisia, hanno effettuato queste spedizioni di armi. In base a questo dossier, comprendente relazioni di testimoni oculari e fotografie, le forze francesi non solo hanno lanciato armi leggere, ma hanno anche fornito armi pesanti e i velivoli francesi si sono posati su queste piste fortuna per scaricare il loro carico. Le consegne sono state fatte anche via mare, dopo che la NATO ha bombardato la flotta libica, per fare passare i propri natanti.

Diversi membri della NATO affermano che l’embargo internazionale sulle armi alla Libia, riguarda solo quelle fornite alle forze lealiste e non si applica ai ribelli. Allo stesso modo, sostengono che il divieto di dispiegamento di truppe straniere al suolo, non si applica alle operazioni di “protezione dei civili”, anche quando questi “civili” sono armati da loro stessi.

Inoltre, i commandos francesi del Comando Operazioni Speciali sono stati dispiegati sul terreno, per segnalare gli obiettivi dei bombardamenti. La Francia nega di aver truppe sul terreno, tranne gli istruttori che supervisionano le forze ribelli, ma è impossibile condurre raid mirati al suolo, senza segnalarli in precedenza.

1 luglio 2011 – http://www.voltairenet.org/Libia-la-Francia-arma-e-inquadra-i
Traduzione di Alessandro Lattanzio

english: http://www.voltairenet.org/Libya-France-arms-and-oversees

francais: http://www.voltairenet.org/Libye-la-France-arme-et-encadre

Experts fear Israeli design to balkanise Arab states

Experts fear Israeli design to balkanise Arab states  

23 June 2011 – helsinkitimes

Developments in Libya have raised fears among Egyptian analysts and political figures of the possible break-up of the North African nation into two warring halves.

FOR THREE months, Libya has suffered internationally sanctioned air-strikes by the western Nato alliance, launched with the stated aim of supporting the ongoing popular uprising against the Muammar Gaddafi’s regime. Revolutionary forces based in Ben Ghazi now hold most of the country’s eastern half, while forces loyal to Gaddafi continue to control the country’s western half from the capital Tripoli.

Yet the fact that Nato – despite its overwhelming air superiority – has so far failed to dislodge the Gaddafi regime has led many local observers to question the western alliance’s intentions.

“The western campaign against Libya wasn’t undertaken to protect human rights or foster democracy,” said Mohamed al-Sakhawi, leading member of Egypt’s as-yet-unlicensed Arabic Unity Party. “It was launched with the aim of breaking Libya up politically so as to prevent the unification of three revolutionary Arab states – Egypt, Libya and Tunisia – which together might pose a threat to Israeli regional dominance.”

Legacy of balkanisation

Al-Sakhawi pointed to the region’s century-old legacy of balkanisation at the hands of foreign powers. “The 1916 Sykes-Picot agreement between Britain and France drew artificial borders across the region and fragmented the Arab world into nation states,” he said. “And in recent years, the drive to further balkanise the Arab world – by Israel and the western powers – has only accelerated.”

Egyptian analysts point to several proposals written to this effect by Israeli strategists, the most well known of which is a 1982 treatise entitled “A Strategy for Israel in the 1980s.” Written by Oded Yinon, then a senior advisor for Israel’s foreign ministry, the essay explicitly calls for breaking up the Arab states of the region along ethnic and sectarian lines.

While the Yinon document does not devote much space to Libya, it talks in detail about the need to divide Iraq, Egypt, Syria and Lebanon into small, ineffectual statelets. As for Egypt, Yinon calls for breaking the country up into “distinct geographical regions.”

Yinon goes on to mention Sudan in similar terms, describing it as “the most torn-apart state in the Arab-Muslim world today … built upon four groups hostile to each other: an Arab-Muslim Sunni minority which rules over a majority of non-Arab Africans, pagans and Christians.”

Chaos is believed to be intentional

According to Gamal Mazloum, retired Egyptian major-general and expert on defence issues, political manoeuvring in recent years by Israel and the western powers – both overt and covert – appears to conform to this strategy of balkanisation.

“Israel and the US have both helped break up Iraq by encouraging the emergence of an independent Kurdish state and fostering Sunni-Shiite division,” he said. “And in Sudan, Israel actively contributed to the war between north and south by providing the latter with weapons and military training.” Southern Sudan is set to declare independence from the northern Khartoum government next month in a move that will officially split Africa’s largest country in two.

“Israel has an interest in breaking up Sudan and instigating sectarian strife in Egypt so that the latter is faced with crises on both its internal and external fronts,” said Mazloum. “Israel and its western patrons are determined to keep Egypt – the most populous Arab nation by far – in a state of perpetual weakness so that it cannot aid the Arab cause in places like Palestine and Iraq.”

Earlier this month, Mohamed Abbas, a leading member of Egypt’s Revolutionary Coalition Council (RCC), likewise warned of an ongoing “conspiracy” aimed at breaking Egypt into three petty states.

ADAM MORROW – IPS
KHALED MOUSSA AL-OMRANI – IPS
LEHTIKUVA / AFP PHOTO / COLIN SUMMERS

http://www.helsinkitimes.fi/htimes/international-news/15790-experts-fear-israeli-design-to-balkanise-arab-states.html

Attacking Libya and International Law

Attacking Libya and international law

By the standard of international law, military action on Libya by the United States and allies is illegal, writes Curtis DoebblerAl-Ahram Weekly

On 19 March 2011, Western nations started the third international armed conflict against a Muslim country in the last decade. They went to great pains to claim that the use of force against Libya was legal, but an application of international law to the facts indicates that in fact the use of force is illegal.
This brief commentary evaluates the use of force against Libya, starting with UN Security Council Resolution 1973 that allegedly authorises it and the eventual attack on the people of Libya.


THE FACTS: Unlike the non-violent demonstrations in Egypt, Tunisia, Bahrain, Yemen, Saudi Arabia and elsewhere in the Arab world, the demonstrations that began in Libya on 17 February had deteriorated into a civil war within days. Both sides had tanks, fighter jets, anti- aircraft weapons, and heavy artillery. The government’s forces consisted of mainly trained military, while the armed opposition consisted of both defecting soldiers and numerous civilians who had taken up arms.


Indications of the level of force each side has at its disposal were shown by claims on Saturday, 19 March, that both a Libyan government fighter and a fighter jet flown by the opposition had been shot down near Benghazi. As the civil war increased in intensity, the international community contemplated action in support of the armed opposition. On 17 March, the UN Security Council adopted Resolution 1973. And within 42 hours an attack on the troops of the Libyan government, aimed, according to the British Defence Minster William Hague, at killing the Libyan leader, had begun.
At around 12:00 noon local time in Washington, DC, on Saturday, 19 March, French fighters launched attacks against targets described as tanks and air defence systems. A few hours later, US battleships began firing cruise missiles at Libyan targets.


Although Arab and Muslim countries had joined the coalition against their Arab and Muslim neighbour, none of them actually participated in the airstrikes by sending aircraft. Already just after airstrikes began, Russia, China and the secretary-general of the Arab League, Egyptian Amr Moussa, condemned the loss of civilians lives that were caused by the bombing sorties.
Despite denials of the intention to target the Libyan leader, sites such as the living quarters and compounds used by Colonel Muammar Gaddafi were attacked. After the first day of bombings, more than four-dozen civilians, including women and children, were reportedly killed.


The attacks came after the UN Security Council adopted Resolution 1973. In response to this resolution the Libyan government had officially called a ceasefire in the civil war that it was waging against armed rebels whose base is Benghazi. Libya also announced that its airspace was closed. Western leaders responded to these actions by the Libyan government by claiming that they could not be believed and arguing that the fighting was continuing. Indeed, Libyan sources confirmed that the civil war was ongoing and that both sides continued to attack each other.


UNSC RESOLUTION 1973: Resolution 1973 was adopted under Chapter VII of the UN Charter with 10 votes for, none against and five abstentions. Voting for it were the UN Security Council’s permanent members, United States, Britain, France, and non-permanent members Bosnia and Herzegovina, Colombia, Gabon, Lebanon, Nigeria, Portugal, and South Africa. Abstaining were permanent members Russia, China and non-permanent members Germany, Brazil, and India.


The resolution was adopted on Thursday, 17 March, just after 18:30 local time in New York. US Ambassador Susan Rice described it as strengthening the sanctions and travel bans imposed earlier in UNSC Resolution 1970. It was promoted by the French and United Kingdom governments, but with a strong presence of the United States in the background pulling the strings.
At the UNSC meeting was the new French Foreign Minister Alain Juppé.

Although as former Prime Minister he was not new to the UN, he arrived just weeks after his predecessor had been replaced for having accepted favours from a Libyan businessmen and just days after his government became the first Western government to recognise the forces fighting against the government in Libya’s raging civil war as the legitimate representatives of the Libyan people.
The Libyan government did not have a representative present at the meeting after its nominated ambassador, former President of the General Assembly Ali Abdel-Salam Treki was denied admission to the United States. Nevertheless, although officially relieved of his duties more than a week ago for defecting to the opposition, former deputy permanent representative Ibrahim Dabbashi was on hand at the Security Council media stakeout Wednesday to make a statement and take questions.


Resolution 1973 contains 29 operative paragraphs divided into eight sections. The first section calls for an “immediate cease-fire” in its first paragraph and for respect for international law including “the rapid and unimpeded passage of humanitarian assistance.”
A curious second operational paragraph “stresses the need to intensify efforts to find a solution to the crisis” and goes on to qualify this as responding “to the legitimate demands of the Libyan people” and leading to “the political reforms necessary to find a peaceful and sustainable solution.” Such vague language leaves open both the question of which Libyan legitimate demands must be met and what political reforms are necessary. Legally these requirements also appear to be a direct interference in Libya’s internal affairs in violation of Article 2(7) of the UN Charter, which all UN Security Council resolutions are bound to respect according to Article 25 of the Charter. This apparently irreconcilable discrepancy will fuel speculation that the resolution is another example of politics refusing to respect international law.


Paragraphs 4 and 5 concern the protection of civilians with the latter paragraph focusing on the regional responsibility of the Arab League.
The longest operative part of the resolution is then devoted to the creation of a no-fly zone in paragraphs 6 through 12. Article 6 creates the no-fly zone “on all flights in the airspace of the Libyan Arab Jamahiriya in order to help protect civilians.” Paragraph 7 then enumerates several humanitarian exceptions.
It is perhaps paragraph 8 that will focus the mind of most international lawyers where it is written that states may “take all necessary measures to enforce compliance with the ban on flights.” The use of the term “all necessary measures” opens the door to the use of force. At the same time, the use of force is limited to enforcing the no-fly zone and does not extend to attempts to kill the Libyan leader or to supporting one side in the armed conflict, although preventing the Libyan government from using its air force, of course, favours the armed opposition.


Paragraph 8 is unusual in that is appears to authorise the use of force under Chapter VII without applying any of the safeguards for the use force that are stated in Article 41. There is no determination made that measures not involving the use of force had failed. In fact, Resolution 1973 was adopted after the UN Security Council, the UN Human Rights Council and the African Union had decided to send missions to contribute to a peaceful solution, but before any of these missions could visit Libya. Moreover, Resolution 1973 was adopted after an offer by the Libyan leader to step down and leave the country with his family had been rejected by the armed opposition without room for negotiation.
Paragraphs 13 through 16 call for an arms embargo and ” [d]eplores the continuing flows of mercenaries” into the Libya. In doing so, paragraph 13 decides that paragraph 11 of UNSC Resolution 1970 (2011) shall be replaced with a new paragraph that “authorises Member States to use all measures commensurate to the specific circumstances to carry out such inspections.” Again this language indicates that force may be used against seafaring vessels suspected of carrying arms to Libya in violation of the embargo.


In paragraphs 17 and 18, states are required to deny take off, landing or overfly rights to “any aircraft registered in the Libyan Arab Jamahiriya or owned or operated by Libyan nationals or companies.” Although it is clearly stated that these provisions shall not affect humanitarian flights, it will undoubtedly complicate such flights.
Paragraphs 19 to 21 extend the asset freeze imposed by paragraphs 17, 19, 20 and 21 of UNSC Resolution 1970 (2011) to “all funds, other financial assets and economic resources” that are “owned or controlled, directly or indirectly, by the Libyan authorities… or by individuals or entities acting on their behalf or at their direction, or by entities owned or controlled by them.” The related paragraphs 22 and 23 extend the travel restrictions and the asset freeze in resolution 1970 (2011) to all the individuals in two annexes. In doing, these paragraphs essentially prevent members of the Muammar Gaddafi family from leaving Libya and effectively force them to fight the armed opposition.


Paragraph 24 creates a new body, a “panel of experts”, to assist the committee created in UNSC Resolution 1970, to ” [g]ather, examine and analyse information from States, relevant United Nations bodies, regional organisations and other interested parties regarding the implementation of the measures” in UNSC Resolution 1970, to “[m]ake recommendations … to improve implementation of the relevant measures,” and to ” [p]rovide to the Council an interim report on its work no later than 90 days after the Panel’s appointment, and a final report to the Council no later than 30 days prior to the termination of its mandate with its findings and recommendations.”


Paragraph 27 says all states “shall take the necessary measures to ensure that no claim shall lie… in connection with any contract or other transaction where its performance was affected by reason of the measures taken by the Security Council in Resolution 1970 (2011), this resolution and related resolutions.”
Finally, in penultimate paragraph 29, the Council “[d]ecides to remain actively seized of the matter.”


PUBLIC PERCEPTIONS: By the time the resolution was in the public domain, British tabloids and broadsheets were already rallying the world to war. The French were convening a meeting being described as the planning meeting to use force. And while the US president was remaining cautiously ambiguous, other US officials were openly calling for military intervention in what had by now become a civil war in Libya.


In the emotional fury, international law seems to have been forgotten. One BBC commentator went so far as to suggest that political support for a no-fly zone by the Arab League was a legal justification for the use of force. Similar uses of force in Afghanistan and Iraq, which are widely considered as violating international law, seem not to have had much of an impression on British journalists.


Journalists elsewhere have also seemed oblivious to international law in their consideration of Libya, often calling for the invasion of this sovereign country by force, despite the fact that not only Article 2(4) of the UN Charter prohibits such a use of force, but so too does the language of UNSC Resolution 1973 itself.
Even opponents of the use of force seem unaware of the applicable international law. British MP Jeremy Corbyn in the House of Commons, for example, asked if we use force against Libya to protect one side in a civil war, why don’t we use it in Bahrain were dozens of unarmed protesters have been killed by national and foreign forces, or in Yemen where about 50 peaceful protesters were slaughtered by army sharpshooters. This query at least appears to understand the fact that international law, to have real value in international relations, needs to be applied in similar situations in a similar manner. Failure to apply the law consistently seriously undermines the law and its restraints on international action.


INTERNATIONAL LAW: While decisions regarding the use of force against Libya seem to have been based more on emotions than on an understanding of the relevant law, this law is not irrelevant. International law will continue to reflect the general rules that states use in their relations with each other long after the end of the armed conflict in Libya. It is also, one might suggest, crucial to peace and security in a world made up of people of diverse values and interests.


Perhaps the most fundamental principle of international law is that no state shall use force against another state. This principle is expressly stated in Article 2, paragraph 4, of the UN Charter. No state can violate this principle of international law.


While the UN Security Council can order the use of force in exceptional circumstances, according to Article 24(2) of the UN Charter, the Council “shall act in accordance with the Principles and Purposes of the United Nations.” This means, at least, that when peaceful means of dispute resolution are still possible the options for authorising the use of force are extremely limited. In the present case, the Security Council appears to have rushed to use force.
Narrow exceptions to the prohibition of the use of force are found in Article 51 and Chapter VII of the UN Charter. The latter provisions, especially Article 42, allow the Security Council to take action that “may be necessary to maintain or restore international peace and security.” Both resolutions 1970 and 1973 state that they are being adopted under Chapter VII. Neither, however, meets the requirements of Article 42 that a determination has been made that “measures not involving the use of force” have failed.


In a civil war it is hard to see how such a determination can be made. It would appear that at the very least it would have to be based on on- the-ground fact-finding. Fact-finding missions by the UN Human Rights Council and the Security Council have not yet gone to Libya. While there is little doubt Western governments, such as the United States, have significant abilities to determine what is happening in Libya with distant surveillance methods, this does not provide sufficient evidence of whether the government of Libya is complying with the Security Council’s resolutions. Only on-the-ground observers can determine this, as we have seen from the misinformation spread about Iraq’s actions based on third party and distant surveillance sources.
Moreover, the evidence of Libya’s compliance is mixed. Libya almost immediately announced it would respect the terms of UNSC Resolution 1973 after it was adopted. Nevertheless, in an unprecedented show of diplomatic intolerance, and without confirmation of the facts on the ground, Western leaders called the Libyan leader a liar.


Libya has also offered to accept international monitors, even extending invitations to them to visit the country. And in an extraordinary concession, the Libyan leader sent a message to the armed opposition when they had the upper hand and were approaching Tripoli, offering to step down and leave the country. It was only after this offer was rejected and opposition leaders said it was non-negotiable that the Libyan leader be captured and killed that the government’s troops launched their offensive.


If international law allows states to use force in very limited circumstances, there are even fewer circumstances in which non-state actors are allowed to use force. One of those circumstances is when the right to self-determination is being exercised against a foreign and oppressive occupying power. This might entitle Iraqis or Afghanis to use force against occupying armies, but it would not entitle the Libyan people to use force against their own government.
Even the extrajudicial right of revolution, that many international lawyers admit exists when the limits of the law have been reached, has not been explicitly relied on by the Libyan rebels. While participation in the governance of Libya might have been a widespread problem, the country had the highest per capita income in Africa and among the best Millennium Development Goals indicators. Moreover, Libya has shown itself to respect international law in the past, implementing judgments of the International Court of Justice in the conflict with Chad and even turning over suspects for which there was questionable evidence for trial abroad in the Lockerbie affair.
Finally, the question of self-defence is relevant to the use of force against Libya. Rather than justifying the Western attack against Libya, however, it would appear to justify action taken by Libya against Western interests. In other words, as Libya has been the object of an armed attack that is likely illegal under international law, it has the right to defend itself. This right includes carrying out attacks against military facilities or personnel from any country involved in the attack. In other words, the attack against Libya by France and the United States makes the military facilities and personnel of these countries legitimate targets for attacks carried out by Libya in self-defence.


Regardless of the legality of the use of force by any party to the armed conflict international humanitarian law or the laws of war will continue to apply. According to this law, all states involved in an armed conflict must take care not to attack civilians. The Libyan authorities alleged they were respecting this restriction in the civil war, although the rebels refuted this claim. International humanitarian law requires that no military force may be directed against civilians or civilian facilities in Libya.


Similarly international human rights law continues to apply, making attacks on civilians subject to the restrictions on the use of force emanating from existing international human rights obligations. If the use of force against Libya is illegal as suggested above, then the standard for determining whether disproportionate force is being used is that applicable during peacetime. This is the case because no state involved in the use of force in Libya has announced its derogation from its international human rights obligations and because to allow states to derogate merely by starting an armed conflict in violation of international law would be contrary to the object and purpose of any of the existing human rights treaties.
The use of force in a manner that is contrary to existing international law is perhaps the greatest harm to humanity in the long-term. In the Pact of Paris in 1928 and again in the UN Charter in 1945, states agreed not to use force against each other to accomplish their foreign policy ends. The Western world has appeared to repeatedly challenge this agreement in the last 10 years, especially by its willingness to take military action against predominately Muslim states. In doing so they have sent an undeniable signal to the international community through their actions, and despite some of their words, that international law does not matter to them. If this message is not answered by the proponents of international law, then the advances we have made to ensure that the international community respects the rule of law may be undone for future generations.


* The writer is a prominent US international human rights lawyer.

http://weekly.ahram.org.eg/2011/1040/re111.htm

Potremmo presto vedere in giro scarponi militari americani…

Un’intervista a Michel Chossudovsky: “Libya: We Might Soon See American Boots on Ground”

Secondo Michel Chossudovsky, del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione, con sede in Canada, diversi segnali ci indicano che presto potremmo vedere anfibi militari americani calcare il suolo libico.
“A questo livello strategico NATO, in consultazione con il Pentagono, si sta preparando una nuova fase di questa guerra: in altre parole, il processo evolutivo delle operazioni militari potrebbe portare ad uno sbarco USA e dei Commando Militari della NATO sul suolo libico”, ha detto Chossudovsky. “In altre parole, essi sono in procinto di cambiare i termini di riferimento della cosiddetta “zona di interdizione al volo” e intraprendere una guerra di terra.”
“Ora essi hanno spostato l’accento dai bombardamenti aerei alle operazioni in elicottero, nonché alle operazioni in  bassa quota sopra la Libia, che ovviamente sarebbero di supporto ad operazioni di terra”, ha aggiunto Michel  Chossudovsky. “Quindi, questo sviluppo è molto inquietante e certamente indica un’escalation di attività militari”.


Fonte in lingua originale trasmessa da RT (Russia Today), 2 giugno 2011
http://rt.com/news/usa-nato-libya-operation-syria/

Traduzione a cura di Webnostrum.com

http://www.webnostrum.com/2011/06/03/libia-potremmo-presto-vedere-in-giro-scarponi-militari-americani/

Zionists in the shade (2)

Zionists in the shade (1)

http://www.youtube.com/watch?v=jY7rq1Cp3A0

Libya, NATO and terrorism: Shocking images of “rebel” atrocities

Libya, NATO and terrorism: Shocking images of “rebel” atrocities

2011/06/20 –  Mathaba

Warning: Includes some videos which the bought media has tried to suppress

NATO has painted itself into a corner in Libya. Its daily acts of terrorism against Libyan civilians, its acts of murder against Libyan children and its flagrant breach of international law make Obomber, Cameron and Sarkozy war criminals. Why are they not sitting alongside General Mladic in The Hague?

There exists something called international law and like it or not – and we have all seen how the USA and UK, principally, flout it at every turn (Iraq, Serbia) – even the countries belonging to NATO, the most hated organisation on the planet, imposed upon the citizens without any iota of constitutional validity, are bound to follow its precepts.

The precepts of international law are as perfectly simple to follow as they are clear to read. The band of murderous countries currently conducting the illegal act of butchery in Libya are signatories to the United Nations Charter and this is crystalline in the terms and conditions involving an armed insurrection inside a sovereign state. Third parties are not allowed to take sides. Only those with criminal intentions would bend and flout international law in siding with terrorists – and why has there been no similar action against other countries fighting extremists?

The Libyan Revolution is staged, aided, financed and abetted from abroad and this is patently obvious in the way it began – not inside the capital, Tripoli, but in the endemically separatist Benghazi, among a band of heavily armed Islamist fanatics whose militancy and racism have long been apparent and also along the already secured western frontier. Enter some SEALS into Misrata and we have a made-in-the-USA Revolution with its backers Washington’s poodle and former colonial master, Britain and Sarko “I want your oil” the Psycho.

NATO has sided with these criminals, murderers and thieves – rascals from the dregs of Libyan society, who themselves fought against NATO in Afghanistan and Iraq. What are that prissy snob Cameron, the bald-headed wonder William “Hey! I ain’t gay!” Hague, that monumentally disappointing and treacherous Obomber, that lying Hillary War Zone Clinton female and that revolting little Napoleon, Sarko the Psycho doing cavorting with terrorists?

Having taken sides, NATO has broken the law. Moreover, the remit under UNSC Resolutions 1970 and 1973 (2011) is for the policing of a no-fly zone. Whoever gave the order to murder Colonel Gaddafi’s grandchildren was policing what no-fly zone exactly? Furthermore, why has the act of war not received the go-ahead from the UN Military Commission and if it is not an act of war, then what is the legality of strikes on civilian targets?

Libya, NATO and terrorism: Shocking images of Somewhere along the line there is a criminal case against the above-mentioned Obama, Clinton, Hague, Cameron and Sarkozy. If The Hague does not recognise this case, then it is acting in breach of international law, is partial and therefore has no right whatsoever to judge General Ratko Mladic. Either there is one set of weights and measures which apply to all or else the notion that international law exists is nonsensical, and ipso facto, The Hague has no legitimacy whatsoever.

Now we turn to the shocking atrocities committed by the Libyan terrorists. Following are some videos which the bought media has tried to suppress. I would urge Messrs. Hague, Cameron and Sarkozy to look at them (I shall not bother with Obomber and Clinton, they’d probably just laugh). In these videos, you can see some horrifically shocking images of children slaughtered and hacked to pieces by the Libyan “rebels” (sorry, “unarmed civilians”).

NATO terrorists and wild beasts doing this.!!! GOD is watching!!!

Viewer discretion is recommended.

http://www.youtube.com/watch?v=7BPgPRQbXo8&feature=youtu.be

A complete family been raped by the Rebels

Here is a video of the butchery and rape of little girls. Viewer discretion recommended.

http://www.youtube.com/watch?v=Pmr4g8LMn54

How do the citizens of the UK, France and the USA feel about their governments siding with these monsters, lying about Gaddafi’s forces attacking unarmed civilians when all they were doing was fighting Islamist terrorists? How do the citizens of these countries feel about the millions upon millions of their taxpayers’ hard-earned wages being squandered on this monumental miscalculation, at best, and criminal act of collusion, at worst?

How many times have Sarkozy, Obomber and Cameron said there is no funding for hospitals, schools and social services, when all the time they know that the cost of a military aircraft is 50,000 USD per hour, per aircraft. Sorry, Mr. Smith we cannot afford your cancer treatment, I am afraid you will have to die.Libya, NATO and terrorism: Shocking images of

And the people of the United States of America, Britain and France just sit back and do nothing? Kind of makes them guilty by association does it not?

And just before we finish, proof that Cameron, Hague, Obomber, Clinton and Sarkozy are incompetent to be in their jobs: the whole footage which sparked off their reaction was based on a false flag event: it was not the Libyan Government forces firing on civilians.

Watch:
http://www.youtube.com/watch?v=ItP6EvslHD4&feature=related

I rest my case.

What would Obomber, Camoron or that disgusting little Napoleon do if a band of Islamist fanatics ran amok in their countries? OK we know the answer. They’d collude with them. Muammar al-Qathafi however is more of a man. He fights. He was after all the first international leader to issue an arrest warrant against bin Laden and Al-Qaeda. The USA was then his ally. Time for an ethical foreign policy and doing the decent thing. NATO, stop! NOW!

Timothy Bancroft-Hinchey

Pravda.Ru
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http://www.mathaba.net/news/?x=627201

Libia: come e perchè la guerra (video)

Lockerbie, Gheddafi e i corrieri di droga CIA

Diario di Lockerbie:

Gheddafi e i corrieri della droga della CIA

di Susan Lindauer, ex asset USA per l’Iraq e la Libia, Mathaba 22/04/2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio

 
15 Mar 2004, New York City, New York, United States Susan Lindauer departs Federal Court in New York on March 15, 2004. Lindauer was arrested on March 11 on charges she gave secret information to Iraqi intelligence agents and was paid $10,000 for her services. Image by © Chip East/Reuters/Corbis

Per anni ho detto che il terrorista che ha messo la bomba a bordo del Pan Am 103, conosciuto come l’attentato di Lockerbie, vive a circa 8 miglia da casa mia, nella contea di Fairfax, in Virginia. La sua vita di privilegi e protezione, gratificato con alte promozioni nell’Intelligence degli Stati Uniti, è stata la ricompensa per il silenzio sul coinvolgimento della CIA nel traffico di droga in Libano, durante gli anni ’80.
Come le fonti dicono, sono stata più di un’osservatrice casuale. Dal maggio 1995 al marzo 2003, sono stata il canale di contatto con Tripoli e Baghdad, sotto la supervisione del mio supervisore della CIA, il dottor Richard Fuisz, che ha sostenuto fin dal primo giorno di conoscere le origini del complotto di Lockerbie e l’identità dei terroristi. Giurò che nessun libico partecipò all’attacco.
Armato di questa assicurazione, il nostro team ha avviato colloqui con i diplomatici della Libia per il processo Lockerbie, e ho partecipato a più di 150 riunioni presso l’ambasciata libica a New York. Dopo la consegna dei due libici accusati, la nostra squadra si era impegnata in una lotta comune per ottenere il permesso per il dottor Fuisz, di fare una deposizione sulla sua testimonianza di prima mano della cospirazione, durante il processo Lockerbie. Con una sorprendente torsione, il giudice federale degli Stati Uniti di Alexandria, Virginia, ha imposto il doppio sigillo sulla parte cruciale della deposizione del dottor Fuisz. Il doppio sigillo può essere aperto solo da un giudice scozzese. A mio parere, dovrebbe essere una priorità, come testimonianza nascosta dal doppio sigillo che avvolge tutta la congiura su Lockerbie. Ancor più significativo, si individuano gli 11 terroristi coinvolti nell’attentato. La testimonianza del Dr. Fuisz può risolvere l’intera questione per sempre.
C’è una buona ragione per questa mia fiducia. Con mia grande sorpresa, durante i colloqui di Lockerbie, le accuse del il dottor Fuisz sul traffico di oppio condotto dalla CIA in Libano, hanno ricevuto una conferma insolita. Un giorno, quando ho lasciato l’ufficio della senatrice Carol Moseley-Braun, per la mia pausa pranzo, un vecchio spettrale mi si presentò di fronte alla Corte Suprema. Dal nulla, ha fatto un passo verso di me e mi invitò a pranzo. Con candore straordinario, mi ha interrogata su cosa motivasse le azioni della CIA. Me lo ricordo come un vecchio spettro agguerrito che condivideva i pericoli sul campo con un giovane Asset Gung Ho, ansiosi di iniziare grandi avventure.
E’ stato un racconto morale di sicuro. Secondo lui, la CIA infiltrata trafficava oppio ed eroina in Libano, come parte di un’operazione speciale per salvare il giornalista dell’AP Terry Anderson e 11 altri ostaggi statunitensi e britannici a Beirut, tra cui il capo ufficio della presidenza della CNN, Jeremy Levin, e un inviato anglicana, Terry Waite. La crisi degli ostaggi è stata una preoccupazione legittima della CIA. Il Capo Stazione della CIA a Beirut, William Buckley, fu anch’egli rapito dalla Jihad islamica e brutalmente torturato a morte, il suo corpo gettato nella strada di fronte alla sede della CIA. Il salvataggio è stato prolungato e complicato dalla guerra civile del Libano – in ultima analisi, la prigionia Terry Anderson è durata sette anni. Molti degli ostaggi subirono pestaggi, isolamento, l’incatenamento al pavimento e finte esecuzioni.
Il vecchio spettro, che si rifiutava di identificarsi, giurava che la CIA ritenesse urgente la necessità di provare tutte le possibilità per recuperare gli ostaggi. Il concetto di infiltrazione nelle reti criminali è nella natura torbida dell’intelligence stessa. La Drug Enforcement spesso adottava le stesse strategie. I casi in cui la CIA sbagliava di molto, erano quelli in cui intascava nel frattempo parte di questi profitti dall’eroina. Il piccolo sporco segreto è che la CIA ha continuato a prendere una percentuale dalla produzione e spaccio di oppio ed eroina del Libano, fino agli anni ’90.
Per quanto riguarda il salvataggio degli ostaggi, considerando che l’operazione richiese anni per essere compiuta, è sempre stato sussurrato che un agente corrotto della CIA che godesse di quei profitti dall’oppio, potrebbe avere fatto sparire le relazioni sulla posizione degli ostaggi, o ameno deviato il suo team, al fine di proteggere il suo reddito da stupefacenti.
Ciò sembra essere diventato un timore grave, al momento, tra gli altri ufficiali statunitensi coinvolti nel salvataggio.
Nel dicembre 1988, agenti infuriati dell’intelligence della Difesa fecero una protesta formale, esponendo la complicità della CIA nel traffico di eroina in Medio Oriente. Quando le squadre di entrambe le agenzie furono richiamate a Washington per partecipare a un’audizione interna, si imbarcarono sul Pan Am 103. Un’ala militante di Hezbollah, guidata da Ahmed Jibril, dal nipote di Abu Elias, da Abu Nidal e Abu Talb, ritirarono entrambe le squadre, al fine di proteggere il loro lucroso cartello.
Le registrazioni classificate dell’Intelligence della Difesa mostravano che Jibril e Talb stavano tramando un complotto per bombardare un aereo statunitense, nel corso delle vacanze di Natale del del 1988, in ogni caso. Progettarono di fare esplodere un aereo di linea statunitense per vendicare l’abbattimento da parte dell’USS Vincennes di un aereo di linea iraniano, carico di Hajiis di ritorno dalla Mecca, nel luglio del 1988. Tuttavia la minaccia della Defense Intelligence di esporre la loro rete di traffico d’eroina, mise in azione il piano per l’attentato. La capacità dell’intelligence della Jihad islamica nel scoprire gli orari dei voli, sicuramente confermerebbe che qualcuno della CIA operava come agente doppio, mantenendo la Jihad islamica un passo avanti ai tentativi di salvataggio.
Questa è la sporca verità su Lockerbie. Non ha nulla a che fare con quanto vi è stato detto.
Aspettate un momento – anticipo la vostra confusione. La Libia venne messa sotto accusa per l’attentato di Lockerbie. Papà George Bush così ci ha detto! Le Nazioni Unite imposero le sanzioni alla Libia, chiedendo che il colonnello Muammar Gadhaffi consegnasse due libici per il processo. Uno dei due, Lameen Fhima fu assolto immediatamente. L’altro, Abdelbasset Megrahi, fu condannato (sulla base di fragili prove circostanziali, che trascuravano le infinite contraddizioni). La Libia ha pagato 2,7 miliardi di dollari di risarcimento per i danni – per un importo di 10 milioni di dollari a ogni famiglia dei morti- per sollevare e sanzioni le Nazioni Unite, e ha espresso una sorta di non-scusa per le morti – mentre non riconosceva il suo coinvolgimento nella cospirazione.
Quindi, la Libia era totalmente innocente? In una parola, sì.
Non fraintendetemi: non ho un debole per la Libia. Come asset, ho visto che non importa quali promesse di amicizia si fanno, il loro cuore dei libici ascolta i loro giorni di gloria come predoni beduini. E’ patologico, non personale. Sono profondamente tribali e islamico, cosa che spesso li rende paranoici e diffidenti verso gli estranei. Hanno una storia antica di scorrerie negli altri campi, avanti e indietro, per furto di bestiame, donne e bambini. Uno delle miei migliori fonti diplomatiche aveva un tatuaggio sul polso, perché la sua nonna temeva di essere rapito da piccolo (nel 1950). La Libia semplicemente non ha una storia credibile sul bisogno di mantenere le promesse fatte ad individui al di fuori del loro clan. Questo non è parte del loro patrimonio.
La cultura della vendetta approva pericolosamente la ribellione in corso. Anche dopo che Gheddafi ne sarà andato, con tutta probabilità, queste famiglie tribali continueranno a vendicarsi l’una dell’altra. Resta da vedere se il nuovo governo nasconderà questi scontri per proteggere la sua immagine di coesione e di legittimità verso il mondo esterno. In verità, la cultura libica rappresenta una minaccia per se stesso più che per tutti.
Non dico ciò di un qualsiasi paese arabo. Mi piace molto la cultura araba. So solo che è meglio favorire Gheddafi. Le sue azioni spesso mascherano un altro obiettivo. Ma la linea di fondo è che la Libia non aveva niente a che fare con il bombardamento del Pan Am 103, che esplose sopra la cittadina di Lockerbie, in Scozia.
Dovremmo fare attenzione a Lockerbie, a causa del grave problema che lo ha cuasato. Il traffico di oppio della Valle della Bekaa, costituisce un’importante fonte per la produzione dell’eroina mondiale. A sua volta, la pipeline globale dei narco-dollari mantiene in vita le operazioni di militanti in tutto il mondo dal Medio Oriente all’Indonesia, dalla Colombia alla Birmania nell’Estremo Oriente.
Questo è qualcosa da temere. Non è necessario schierare soldati per finirla. Con un po’ di creatività, si potrebbero attaccare i conti bancari di questi trafficanti di eroina globale e tagliare le radici della violenza, senza danneggiare la società locale con la guerra. Si potrebbero colpire due flagelli – l’eroina e il terrorismo. E gli Stati Uniti non impiegherebbero le azioni militari in tutto il pianeta per raggiungere i propri obiettivi. Per fortuna, ci sono altri modi.
Il primo passo è riconoscerlo.

Susan Lindauer è l’autrice di Extreme Prejudice: The Terrifying Story of the Patriot Act and the Cover Ups of 9/11 and Iraq.
Questo articolo può essere ripubblicato in tutto o in parte, con l’attribuzione all’autore.
Susan Lindauer era un attivo degli Stati Uniti e uno dei primi americani non-arabi incriminata con il Patriot Act, accusata di agire come un “agente iracheno” per essersi opposta alla guerra. Fu imprigionata nella Carswell Air Force Base per un anno, senza processo, mentre il governo statunitense ha reinventato l’Intelligence pre-bellico e il successo della politica anti-terrorismo, che era stata al centro del suo lavoro.

Susan Lindauer, ex asset USA per l’Iraq e la Libia, Mathaba 22/04/2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio: http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/30/diario-di-lockerbie-gheddafi-e-i-corrieri-della-droga-della-cia/