Category Archives: Approfondimenti e analisi

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I Danni Bilaterali del Tradimento della Libia da Parte dei Miserabili Politici Papponi Italiani

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Profughi prodotti dal razzismo dei ratti libici del NTC-NATO-Al Qaeda MISSIONE COMPIUTA ?? – IL TRADIMENTO DI NAPOLITANO E DEI PARTITI DEL CENTRODESTRASINISTRA (su ordine USraeliano), HA DANNEGGIATO LA NOSTRA ECONOMIA (e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo), MA HA ANCHE … Continue reading

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Libyan Crisis: Events, Causes and Facts – The real uncensored history – (Video-Documentary)

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* A very well done documentary giving an insight into the events that led up to NATO intervention in Libya. Please download and save this video on your hard disks or devices, before it disappears from the net. * Uploaded … Continue reading

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2011 YEAR of the DUPE: One Year into the Engineered “Arab Spring,” One Step Closer to Global Hegemony

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Timeline and History dupe (dp, dyp) n. 1. An easily deceived person. 2. A person who functions as the tool of another person or power. tr.v. duped, dup·ing, dupes To deceive (an unwary person). December 24, 2011 – In January … Continue reading

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L’onirismo mediatico di Rainews24: i “fatti” tra sogno e realtà

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di Enrico Galoppini – Europeanphoenix – 3/11/2011 – Se uno vuole continuare a sognare dopo essersi svegliato la mattina non ha che da fare una cosa: accendere il televisore e sintonizzarlo su Rainews24. Questa mattina (3 novembre 2011), nei pochi … Continue reading

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Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva

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Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 23 settembre 2011  Al-Jazeera, il canale informativo del Qatar, che in 15 anni si è imposto nel mondo arabo come fonte originale di informazioni, improvvisamente si è impegnato in una vasta operazione … Continue reading

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L’oro blu sotto la sabbia libica che fa gola alle multinazionali

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L’oro blu sotto la sabbia libica che fa gola alle multinazionali Simonetta Cossu – LibyanFreePress, 6 settembre 2011 Il Cnt, il Consiglio nazionale transitorio libico si appresta a trasferirsi a Tripoli. Nella capitale tutto scarseggia. Moltissimi non hanno cibo e … Continue reading

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Sirte: un massacro umanitario annunciato

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Sirte: un massacro umanitario annunciato Marinella Correggia, 3 settembre 2011, LibyanFreePress ASSEDIO A SIRTE A metà maggio Aisha Mohamed era in transito nella tunisina Djerba. Aveva finito un anno di specializzazione in Gran Bretagna e aveva scelto di andare a … Continue reading

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Ecco perchè vogliono uccidere Gheddafi (english-italiano)

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That’s why they want to kill Gaddafi ENGLISH-ITALIANO Gheddafi stava finanziando molti progetti per modernizzare l’Africa e renderla indipendente dalla tirannide imperialista e reazionaria d’occidente. Tutte le News le trovate qui: http://www.youtube.com/user/Rayyisse https://libyanfreepress.wordpress.com/ http://gilguysparks.wordpress.com/ L’idelogia di Gheddafi: il libro verde … Continue reading

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‘West too eager for Libyan oil’

Michel Chossudovsky: The Libyan Oil Company handed over to Total, which is the French Oil company While Libyan revolutionaries have not yet won the war in the oil-rich country, Western powers are already discussing the post-Gaddafi period on such issues … Continue reading

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La macelleria umanitaria dell’invasione NATO in Libia

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“Dove non c’è guerra, bisogna inventarla per fare scambi” (Rothschild) . Le agenzie e le catene mediatiche internazionali che hanno decretato la “caduta” prematura del presidente libico sono concordi nell’apprezzamento. Tripoli, la capitale della Libia, vive uno stato di anarchia … Continue reading

Al Qaeda-Nato Death Squads Slaughter in Tripoli

NATO SLAUGHTER IN TRIPOLI: “Operation Mermaid Dawn” Signals Assault by Rebels’ Al Qaeda Death Squads

By Thierry Meyssan – Global Research

Tripoli, Libya, Aug. 22, 2011, 1 AM CET– On Saturday evening, at 8pm, when the hour of Iftar marked the breaking of the Ramadan fast, the NATO command launched its “Operation Siren” against Libya.

The Sirens were the loudspeakers of the mosques, which were used to launch Al Qaeda’s call to revolt against the Qaddafi government. Immediately the sleeper cells of the Benghazi rebels went into action. These were small groups with great mobility, which carried out multiple attacks. The overnight fighting caused 350 deaths and 3,000 wounded.

The situation calmed somewhat on Sunday during the course of the day.

Then, a NATO warship sailed up and anchored just off the shore at Tripoli, delivering heavy weapons and debarking Al Qaeda jihadi forces, which were led by NATO officers.

Fighting stared again during the night. There were intense firefights. NATO drones and aircraft kept bombing in all directions. NATO helicopters strafed civilians in the streets with machine guns to open the way for the jihadis.

In the evening, a motorcade of official cars carrying top government figures came under attack. The convoy fled to the Hotel Rixos, where the foreign press is based. NATO did not dare to bomb the hotel because they wanted to avoid killing the journalists. Nevertheless the hotel, which is where I am staying, is now under heavy fire.

At 11:30pm, the Health Minister had to announce that the hospitals were full to overflowing. On Sunday evening, there had been 1300 additional dead and 5,000 wounded.

NATO had been charged by the UN Security Council with protecting civilians in Libya. In reality, France and Great Britain have just re-started their colonial massacres.

At 1am, Khamis Qaddafi came to the Rixos Hotel personally to deliver weapons for the defense of the hotel. He then left. There is now heavy fighting all around the hotel.

Font: www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=26118

La guerra dell’Italia alla Libia: una sporca faccenda

L’italianissimo Alessandro Londero, titolare della “Hostessweb“, con un gruppo di volontari il 4 Agosto scorso era a Zlitan, a riprendere con la sua videocamera gli edifici della città libica, a 150 km da Tripoli, distrutti dall’aviazione di Unified Protector.
Il 7, assieme ai suoi collaboratori sarà a Tripoli.
Non potrà quindi fornire una documentazione degli effetti del secondo bombardamento della NATO sui quartieri di recente costruzione, che ospitano la metà della popolazione locale che ha raggiunto i 200.000 residenti, né partecipare a disseppellire dalle macerie i corpi di 85 tra anziani, donne e bambini colpiti in una località (Majer) a un tiro di sputo da Zlitan che verranno composti in sacchi di plastica e allineati dai soccorritori a fianco di una moschea.
I feriti gravi, oltre 67, saranno evacuati verso l’ospedale di zona.
Lo farà, trasportandosi dietro osservatori indipendenti e inviati della stampa accreditata a Tripoli, il portavoce della Jamahiriya Mussa Ibrahim a distanza di 24 ore dalla partenza di Alessandro e del suo gruppo.
Inutile dire che di questa nuova strage della NATO non si è visto ne sentito nulla nei TG, né è stata pubblicata un sola foto sulle pagine dei quotidiani nazionali.
E’ apparso solo qualche trafiletto nelle pagine “esteri” per dare spazio al comunicato di Unified Protector di… accertamenti in corso.
L’inviato della RAI a Tripoli ormai si è eclissato da tempo. Mediaset e La7 non ne hanno mai spedito uno in Libia.
La Farnesina ha invitato le redazioni televisive e delle carta stampata a stare lontano dalla Jamahiriya di Gheddafi per motivi di “sicurezza“, dopo aver notificato ai direttori di rete l’impossibilità per il Gruppo di Crisi di poter offrire qualunque tipo di assistenza in caso di emergenza.
Il black out dalla Jamahiriya rimane così per ora pressochè totale.
Londero racconterà di aver percorso durante la notte una Litoranea sgombra di colonne militari e di aver osservato in prossimità dei due soli distributori di benzina sorpassati nel ritorno a Tripoli 2.000-3000 auto in fila. “I libici si danno il cambio – scriverà nel suo reportage diffuso dall’Adnkronos – . Ognuno di loro si occupa di 8-10 vetture, le sposta a mano una ad una avanzando faticosamente di pochi metri ogni ora. Ci vorranno – aggiungerà – più giorni di attesa per arrivare alla pompa sperando che quando verrà il turno dei mezzi che gli sono stati affidati ci siano ancora scorte di benzina e gasolio per riempire i serbatoi.”
Una volta arrivati al Rixos, unico hotel ancora operativo, Alessandro e il suo pugno di amici si troveranno sotto le bombe. “Il sibilo e gli scoppi sono diventati – annoterà – una macabra colonna sonora che ci accompagna per ore. Ormai non ci sono più mezzi pubblici, i negozi aperti cominciano ad essere pochi, scarseggiano viveri e beni di prima necessità.”
Gli aerei della NATO continueranno a distruggere, di giorno e di notte, centrali elettriche, condotte, autoparchi, strutture industriali, ponti sopraelevati, edifici pubblici, sedi radio e tv, depositi energetici, alimentari e sanitari.
“Tripoli rimane – avrà modo di osservare – senza luce ed acqua per ore. Dal 1° Agosto in Libia c’è il Ramadan. Quando alla sera la gente di Tripoli apre i frigoriferi trova solo alimenti deteriorati, inservibili dopo 48 ore senza elettricità come succede sempre più spesso”.
Per i più giovani e per gli anziani l’effetto è la riduzione in quantità e qualità dell’alimentazione giornaliera per evitare infezioni intestinali che potrebbero essere mortali.
I presidi medici si stanno rapidamente esaurendo. Gli ospedali rigurgitano di feriti.
“Si scende nelle strade – osserverà Londero – per tirare fuori tutta la rabbia che si ha in corpo indicando con le dita i cacciabombardieri di Unified Protector che continuano a dispensare ai residenti della Tripolitania, con le bombe, l’assistenza “umanitaria” alle popolazioni locali decretata dal Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro.”
La Russa, dal canto suo, continuerà a chiamare queste faccenduole… embargo navale e rispetto della “no-fly zone“.
Vorremmo poter andare avanti col racconto di Alessandro anche se i lettori sanno già cosa stia succedendo al popolo libico dopo i bombardamenti della NATO sulla Serbia, sull’Afghanistan e sull’Iraq. Peste, morte, incendi e… fine della Storia.
Ebbene, ecco cosa si scriveva, aggiornando “le uscite“ (72) e gli “strike“ (34) nella scorsa settimana, sul portale del Ministero della Difesa.
“Il Potere Aerospaziale è una capacità militare in grado di controllare e sfruttare appieno lo spazio aereo per acquisire consistenti vantaggi in termini di tempo, di distanza, di posizione e di prontezza nel perseguire gli obbiettivi posti dalla politica, per cogliere le finalità espresse dalla comunità internazionale e la sua evoluzione ha definito un nuovo strumento [i bombardamenti? – nda] da porre al servizio della difesa collettiva, mutando la natura stessa delle relazioni internazionali.“
Capito l’antifona?
Il titolare di Palazzo Baracchini La Russa offre copertura alla esplicitazione, anche teorica, delle guerre di aggressione come mezzo lecito e idoneo a cambiare gli equilibri che reggono gli Stati nazionali ostili alla NATO e all’Occidente. Passaggio di una gravità senza precedenti, da allarme “rosso”.
Quanto è costato fino a oggi lo “scherzetto“ a Gheddafi, organizzato da Quirinale, Frattini, La Russa, Terzo polo e poteri forti, esterni ed interni, ai contribuenti del Bel Paese lo documenteremo un po’ per volta.
Come abbiamo già cominciato a fare.
A partire dai 130 miliardi di dollari di perdite spalmate su 5 anni più le spesucce in corso d’opera, in una situazione di totale “emergenza“ economica e sociale.
Seguono sul portale altre dottissime delucidazioni che elencano le caratteristiche dei materiali “esplosivi” usati per aggredire un altro Stato sovrano.
I costi unitari necessari a raggiungere le “finalità” indicate dall’Aeronautica Militare li metteremo giù prossimamente.
Ecco intanto la tipologia dei “ferri del mestiere“, con qualche nuova entrata, dal Kosovo in poi.
I soli sistemi di “armamento di precisione” utilizzati dal Bel Paese sulla Jamahiriya fino ad oggi – tutti made in USA, eccetto lo Storm Shadow arrivato nel 2002 negli arsenali di Francia, Italia e Inghilterra – sono: GBU-16 Paveway II-EGBU 16, GBU-24 Paveway III-EGBU 24, GBU 32 JDAM, Storm Shadow e AGM 88 Harm (High Speed Anti Radiation Missile).
I costi di impiego per eliminare i “targets”, inutile dire che sono stratosferici come enorme è la capacità di uccidere, invalidare, distruggere e inquinare.
La prima aggressione aerea in Europa di USA e NATO dopo la caduta del muro di Berlino ha prodotto nella sola Serbia in 73 giorni di bombardamenti aerei “mirati” i seguenti effetti a terra: 3.250 morti, 7.200 e rotti feriti e invalidi, 3.7 miliardi di dollari di danni “collaterali“, amputazione del Kosovo dalla madrepatria, effetti ambientali e costi “umani“ in tossicità, cancro e malformazioni genetiche non valutabili, derivanti da 31.000 proiettili in calibro da 30 mm in su, dispersi sia in polvere che in corpo residuo con rilascio di attività radioatttiva sul terreno. Poi sono arrivate le “guerre permanenti”.
Giancarlo Chetoni

Font: ByeByeUncleSam

Quattro mesi di guerra in Libia

Quattro mesi di guerra in Libia

di Anatolij Tsyganok – 4 agosto 2011 – Strategic Culture Foundation: www.strategic-culture.org

libyan french flag

L’operazione militare della Nato contro la Libia, condotta principalmente dalle forze armate di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, sta accelerando la formazione di un nuovo sistema di relazioni internazionali. Allo stesso tempo, la guerra funge da poligono di tiro per testare la strategia degli Stati Uniti con l’Africa Command (USAFRICOM) in una situazione di combattimento reale, così come l’efficienza delle nuove armi …
Gli strateghi USA e NATO hanno sbagliato i calcoli, se pensavano che questa campagna militare si sarebbe conclusa in alcune settimane. Con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è stata creata la no-fly zone nello spazio aereo della Gran Giamahiria Araba Libica, è stato introdotto l’embargo sulle forniture di armi e i beni libici sono stati congelati. L’operazione in Libia, che doveva essere completata inizialmente entro il 27 giugno, è stata prolungata di 90 giorni fino alla fine di settembre.
Vi sono stati articoli, nei mass media, secondo cui una vasta operazione terrestre in Libia, sotto il comando degli Stati Uniti, era in programma col previsto impiego di truppe da ottobre. La guerra di Libia è la quinta che si aggiunge alle quattro guerre che gli Stati Uniti stanno orchestrando in Iraq, Pakistan, Yemen e Afghanistan … Gli obiettivi della presenza permanente degli USA in Libia sono punire Gheddafi per il suo rifiuto ad unirsi all’USAFRICOM, cacciare i cinesi dalla Libia e tagliare l’accesso alle risorse petrolifere agli europei.

Aspetti militari e strategici della guerra
I 150 giorni di guerra hanno rivelato il cattivo stato del coordinamento politico e militare nella NATO. La Francia, che ha avviato l’operazione militare, non poteva fare niente contro Gheddafi senza i sistemi di guerra elettronica, le aviocisterne, i missili da crociera e gli aerei AWACS degli USA. Al fine di impiegare decine dei loro cacciabombardieri Tornado contro la Libia, gli inglesi hanno dovuto lasciare metà della loro flotta aerea in Inghilterra senza parti di ricambio e sospendere i voli dei loro intercettori della difesa. L’operazione in Libia è un limitato conflitto militare e se gli europei hanno problemi con le munizioni già a un paio di mesi dall’inizio della campagna, è ragionevole chiedersi a quale tipo di guerra si stessero preparando? Ancora una volta questa guerra mostra lo stato della “macchina bellica” europea.
L’operazione contro la Libia è stata pianificata presso il comando generale dell’USAFRICOM, guidato dal generale K. Ham. Gli ufficiali delle forze aeree di Gran Bretagna, Francia e altri Paesi della coalizione sono andati al quartier generale allo scopo di elaborare le operazioni congiunte. Più tardi, tuttavia, la leadership della NATO è stata incaricata della pianificazione. Forse, il compito principale non era la creazione né di una no-fly zone nel nord della Libia, né la liquidazione delle forze aeree libiche, come è stato nel caso della Jugoslavia e dell’Iraq, ma la liquidazione della leadership libica.
Ma la NATO ha sottovalutato lo stato morale e psicologico delle truppe libiche. La leadership degli Stati Uniti e della NATO ha supposto che dopo dopo i primi attacchi, l’esercito di Gheddafi sarebbe stato sconfitto e i soldati libici avrebbero iniziato a darsi prigionieri, ma l’esercito di Gheddafi è riuscito a mantenere l’efficienza operativa. L’esercito libico di marzo e l’esercito libico di luglio del 2011 sono due eserciti diversi in termini di tattiche, efficienza e coraggio. Quei soldati imparano assai in fretta. Il compito della liquidazione della potenza operativa libica è rimasto incompiuto. La NATO e gli Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere il pieno controllo delle coste e della parte occidentale della Libia.
Inaspettatamente per la coalizione occidentale, gran parte della popolazione ha sostenuto Gheddafi. Secondo i mass media, circa il 70% dei cittadini della Libia o sostiene il proprio leader o rimane neutrale. Le truppe governative sono supportate dalle unità della difesa locale (una componente della riserva delle Forze Armate) e dalla milizia. Ciò significa che i leader delle operazioni contro la Libia vedono la minoranza ribelle, e non la maggioranza fedele a Gheddafi, quale “popolazione pacifica”.
Seconda cosa inaspettata è che Khalifa Haftar, l’ex colonnello dell’esercito libico che fuggì dal paese più di 20 anni fa e che guida le unità da combattimento dei “rivoluzionari”, non è una figura rispettata dalle tribù locali. Parte degli ex ribelli dicono: “Sentite, non siamo contenti di Gheddafi. Ma quando abbiamo visto la NATO, tra cui l’Italia, la nostra vecchia potenza occupante coloniale, l’abbiamo rivalutato; OK è un dittatore che abbiamo da più di 40 anni, ma diavolo, è un nazionalista libico ed è riuscito a darci il più alto tenore di vita in Africa.”
Terza cosa inaspettata è la previsione che, in mezzo al caos, gli insorti e i gruppi di al-Qaida, e molti gruppi terroristi che agiscono nei paesi del Sahel – Ciad, Niger, Mali e Mauritania – avrebbero cercato di impadronirsi delle armi conservate nei depositi nel sud della Libia, si è avverata. I militanti sono riusciti ad impadronirsi di lanciarazzi RPG-7, mitragliatrici, fucili Kalashnikov e anche lanciamissili spalleggiabili. “Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM)” ha già organizzato molte carovane per il trasporto di armi dalla Libia al Mali e all’Algeria.

Aspetti tecnico-militari
Una cosa unica delle azioni militari in Libia è stato il vasto impiego di sistemi d’arma guidati. Il loro impiego si è basato sui dati ricevuti in tempo reale dall’intelligence radio-elettronica ed ottica. Grazie alla elevata precisione nella rilevazione dei bersagli, la quota dell’impiego di armi guidate è salita all’85%.
L’ambizione di implementare il concetto di attacchi “chirurgici” ha portato a un ampio uso di missili da crociera tattici BGM-109 Tomahawk, bombe a guida laser AGM-123, missili AGM-65F Maverick, missili aria-aria AIM-9 Sidewinder, bombe guidate AASM, missili da crociera Storm Shadow, missili aria-superficie A2SM, bombe da 907 chili GBU-31B/JDAM ed Enhanced Paveway III, missili Brimstone.
Durante la guerra libica, gli Stati Uniti hanno testato le armi in ambienti operativi reali, come il sottomarino nucleare strategico, della classe Ohio, Florida, i missili cruise tattici Tomahawk Block IV (TLAM-E), il velivolo da guerra elettronica EA-18G Growler dell’US Air Force. La Gran Bretagna ha testato il caccia multiruolo Eurofighter Typhoon, le cannoniere volanti AC-130, pesantemente armate per l’attacco al suolo, e gli elicotteri senza pilota MQ-8B Fire Scout. Gli Stati Uniti e la NATO hanno anche usato armi all’uranio per perforare le corazzature e le bombe a vuoto (che pesano fino a 2 tonnellate).

La spesa bellica
Al 3 giugno, le spese degli Stati Uniti per le operazioni in Libia (solo i costi relativi al Pentagono) ammontavano a 715,9 milioni di dollari USA. I militari statunitensi hanno fornito aiuti umanitari del valore di 1 milione, mentre un altro milione di dollari è stato speso per la ricostituzione delle riserve del Ministero della Difesa degli USA. Dal 30 settembre, la campagna libica richiederà altri 400 milioni di dollari. I missili Storm Shadow e Tomahawk, lanciati dai sottomarini, costano ognuno 1,1 milioni e 800000 dollari.
Secondo il Ministero della Difesa francese, al 3 maggio, un totale di 53.000.000 di euro è stato speso per l’operazione United Defender, e 31.700.000 euro (45,1 milioni di dollari US) sono stati spesi per le munizioni.
All’8 maggio, la spesa della Gran Bretagna per le armi guidate ad alta precisione era di 43.770.000 di sterline (71,8 milioni di dollari US).
L’invio di 4 bombardieri Tornado GR4, 3 jet intercettori Eurofighter Typhoon e relativo supporto, costano 3,216 milioni di dollari ogni giorno. Un’ora di volo dei Tornado costa 33.000 dollari, compreso il carburante, la manutenzione e l’addestramento dell’equipaggio. I Typhoon costano 80000 dollari all’ora. In Italia, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha annunciato che il suo paese aveva ridotto i costi di partecipazione all’operazione in Libia, da 142 milioni a 60 milioni di dollari.
Dal 30 settembre, i costi complessivi per le operazioni in Libia si prevede raggiungeranno 1,1 miliardi di dollari USA.

Fonte su Eurasia http://www.eurasia-rivista.org/quattro-mesi-di-guerra-in-libia/10610/

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/08/04/quattro-mesi-di-guerra-in-libia/

Fonte originale: http://www.strategic-culture.org/pview/2011/08/02/four-months-of-war-in-libya.html

Libia, l’incredibile suicidio dei ribelli

Libia, l’incredibile suicidio dei ribelli

di Gianandrea Gaiani – LaBussolaQuotidiana -02 agosto 2011


Avevano garantito di poter prendere Tripoli in poche settimane invece le truppe lealiste hanno dimostrato di poter colpire il cuore di Bengasi, la capitale dei ribelli. Questi ultimi, insieme alla Nato che ha lanciato raids aerei mirati, avrebbero dovuto uccidere Muammar Gheddafi, invece hanno cominciato a uccidersi tra loro con l’esecuzione di Abdel Fattah Younes, ex Ministro degli interni del regime schieratosi con i ribelli, dei quali era diventato il capo militare.

La coalizione che ha riunito tribù diverse e gruppi politici variegati (inclusi gli estremisti islamici) sembra andare in pezzi. La crisi tra le diverse anime del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) era già tangibile da tempo ma è esplosa con l’uccisone di Younes, tutta ancora da chiarire. Richiamato a Bengasi dal fronte di Brega, dove guidava l’assalto alla roccaforte lealista, per rispondere a una fantomatica commissione che gli contestava rapporti con il regime e traffici di armi, Younes è stato ucciso dagli stessi ribelli che lo avevano prelevato.

Secondo un comandante insurrezionale, che ha preteso di restare anonimo, sarebbero stati alcuni fondamentalisti islamici unitisi alla rivolta ad averlo assassinato per vendicare le feroci rappresaglie ordinate dal generale quando era il numero due del regime contro i miliziani del GMIL (Gruppo Militante Islamico Libico). “Alcuni di quegli estremisti adesso stanno lottando al fianco di noi insorti, e si sono sempre rifiutati di combattere agli ordini di Younes, vedendolo anzi con sospetto”, ha spiegato.

L’ufficiale ha aggiunto che lo stesso Mustafa Abdul Jalil, il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi che due sere fa annunciò la morte del capo di stato maggiore anti-regime, “non ha potuto accusare direttamente gli integralisti perché ne ha paura”. Secondo fonti del Cnt il leader del commando omicida sarebbe stato arrestato mentre gli esecutori materiali restano latitanti. Si tratterrebbe di miliziani della Brigata Obaida ibn Jarrah, una milizia che affianca i rivoltosi e che prende nome da uno dei compagni del profeta Maometto. Da Tripoli, il regime di Gheddafi ha accusato al-Qaeda dell’uccisione di Younes ma la pista islamista potrebbe costituire un comodo capro espiatorio per giustificare l’eliminazione di un uomo in realtà scomodo per molti leader ribelli.

Il bengasino Jallil, anche lui ex ministro di Gheddafi, ha sempre considerato Younes un pericoloso rivale anche perché era un esponente di spicco della potente tribù degli Abdyat, di Tobruk, le cui milizie erano giunte in armi a Bengasi per chiedere la liberazione del generale e poi spiegazioni sulla sua morte.

Secondo Abdullah Baio una delle sue guardie del corpo, Younes sarebbe stato portato in auto a Bengasi da uomini della Brigata 17 Febbraio, guidata dall’ex ingegnere petrolchimico Fawzi Bu Katef, uno dei comandanti che non aveva mai digerito l’incarico di Younis ai vertici militari dell’insurrezione. Un altro rivale di Younes è il colonnello Khalifa Hifter, eroe della guerra in Ciad degli anni ’80 e in seguito passato alla dissidenza fuggendo negli Stati Uniti dove ha vissuto per 20 anni sotto la protezione della Cia prima di tornare a Bengasi nel marzo scorso. L’uccisione di Younes e le sue conseguenze rendono e ancora più evidenti l’incapacità militare dei ribelli libici e la loro instabilità politica.

Nel tentativo di mostrare una forza politica inesistente Jallil ha decretato lo scioglimento delle diverse milizie che compongono l’esercito ribelle: per lo più formazioni tribali ma anche politiche come quelle che si richiamano al GMIL o ai jihadisti di Derna. ”E’ ora di sciogliere queste milizie. Chiunque si rifiuterà di porre in atto questo decreto verrà processato”, ha detto il presidente del Cnt aggiungendo che le brigate della città di Bengasi saranno assorbite dal ministero dell’Interno.

Ventiquattrore ore dopo i funerali di Younes a Bengasi si è però scatenata una battaglia che il Cnt attribuisce a un’incursione di uomini di Gheddafi che avrebbero liberato 300 prigionieri di guerra. Nello scontro sarebbero morti sei insorti e 31 lealisti sarebbero stati catturati ma molti sospettano che si sia trattato dell’inizio della guerra tra le diverse milizie degli insorti. Gli alleati della Nato, coloro per i quali italiani ed europei combattono da cinque mesi, sembrano quindi allo sbando e fa sorridere ricordare con quanta facilità è stata attribuita loro da Washington, Londra, Parigi e Roma la patente di sinceri democratici e combattenti per la libertà.

Solo pochi giorni or sono il Cnt è stato invitato ad aprire sedi diplomatiche in Europa quale legittimo rappresentante del popolo libico. A quanto pare è invece solo il rappresentante non molto legittimo di diverse milizie, incluse quelle jihadiste, pronte a sbranarsi tra loro (impiegando anche le armi fornite da Parigi e Roma) prima ancora di aver fatto cadere il regime di Gheddafi.

Di fronte all’ottusa incapacità di Unione Europea e Nato spicca per acutezza e lungimiranza il monito più volte formulato dall’Unione Africana che ha più volte messo in guardia la comunità internazionale contro il rischio di “feudalizzazione” di una Libia fuori controllo in mano a signori della guerra e milizie. Un’altra Somalia nel cuore del Mediterraneo a pochi chilometri dalle coste italiane.

Fonte: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-libia-il-suicidio-dei-ribelli-2623.htm#.TjgZ2wCRzwQ.facebook

Sulla morte del disertore Abdel Fattah Al-Younes

guerra in Libia: divisioni in seno al Consiglio di transizione e nelle “Forze RIBELLI”

Michel Chossudovsky e Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 29/7/2011

La morte del generale Abdel Fattah Al-Younes, comandante in capo delle forze ribelli, è stata annunciata il 28 luglio. Younes è stato l’ex ministro degli interni del colonnello Gheddafi, che ha disertato con i ribelli. Younes è stato anche un leader chiave del Consiglio di transizione di Bengasi.
La sua morte ha creato un vuoto nella struttura di comando militare, che inevitabilmente contribuirà, a breve termine, ad indebolire le capacità militari degli insorti. Si avranno anche ripercussioni sulla tempistica delle operazioni della NATO.
Voci non confermate affermano che Younes è morto sul campo di battaglia, combattendo contro i militari libici. Da diversi giorni c’erano voci secondo cui Al-Younis era morto. Questi rapporti dichiaravano che stesse combattendo nelle montagne occidentali e che avrebbe potuto essere stato ucciso in battaglia. Altri rapporti affermano che è stato ucciso dal Consiglio di transizione. Anche all’interno dei circoli dei ribelli ci sono affermazioni che Al-Younes sia stato ucciso “perché era un traditore”.
La dichiarazione ufficiale del Consiglio di transizione afferma che il generale Al-Younes e due aiutanti, alti comandanti militari, sono stati uccisi da tiratori Giovedi 28 luglio.
Abdel Fattah Younes è stato ucciso dopo essere stato convocato nella capitale de facto dei ribelli, Bengasi, per comparire dinanzi a un’inchiesta giudiziaria, ha annunciato in una conferenza stampa, nella notte di Giovedì, il leader dell’opposizione Mustafa Abdul Jalil“.

Negoziati segreti con Tripoli?
Al-Younes potrebbe aver tentato di tornare a Tripoli. Ci sono state anche segnalazioni in merito a negoziati segreti tra i membri del Consiglio di transizione e il governo libico. Una fazione in seno al Consiglio di transizione potrebbe essere stata alla ricerca di una soluzione negoziata con Tripoli.
Appena due settimane prima, dei colloqui ad alto livello si sono svolti a Bruxelles (Mercoledì 13 luglio) tra una delegazione del Consiglio nazionale di transizione e il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. La delegazione ha inoltre incontrato il Consiglio del Nord Atlantico, organo di governo della NATO. Fogh Rasmussen ha confermato che “la NATO avrebbe continuato la sua campagna di bombardamenti in Libia, fino a quando le forze di Gheddafi minacceranno i civili“. “Fino a quando questa minaccia continua, dobbiamo continuare a seguire la questione.”
Mentre a Bruxelles, il capo dei ribelli del CNT, Mustafa Abdel Jabril, aveva categoricamente negato i colloqui con Tripoli: “Tutto questo parlare di negoziati in corso tra il regime e il Consiglio nazionale di transizione, non sono che affermazioni totalmente false“, The Associated Press: I ribelli negano colloqui con Gheddafi, 13 luglio 2011)

Divisioni in seno al Consiglio di transizione e i militari
La morte di Al-Younes è il risultato di lotte intestine nel Consiglio di transizione. La leadership di Mustafa Abdel Jibril viene messa in discussione, in particolare dai membri della tribù di Younes, gli Al-Obeidi. Jibril voleva un’ondata di bombardamenti della NATO per sostenere “l’avanzata  militare” su Tripoli dalle forze ribelli.
Dopo la morte del generale Younes e dei due comandanti militari, le forze ribelli sono allo sbando. Divisioni tra fazioni si stanno sviluppando all’interno delle forze ribelli.

La CIA Connection
Ci sono state anche accuse secondo cui Younes è stato assassinato da una fazione ribelle rivale, guidata dal comandante militare Hifter Khalifa, noto per essere un uomo della CIA:
Il generale Hifter, ritiratosi, nella periferia della Virginia,  vivendo negli ultimi 20 anni a Vienna (una piccola città) che si trova a cinque minuti dal quartier generale della CIA a Langley. … Manipulations Africaines, un libro pubblicato da Le Monde Diplomatique nel 2001, traccia il collegamento con la CIA di Hifter, che risale al 1987, affermando che l’allora colonnello dell’esercito di Gheddafi, fu catturato combattendo in Ciad contro il governo sostenuto dagli USA di Hissène Habré. Hifter disertò col Fronte di Salvezza Nazionale Libico (LNSF), il principale gruppo anti-Gheddafi, che era stato appoggiato dalla CIA. Organizzò una propria milizia, che hanno smise di operare una volta che Habré venne sconfitto da Idriss Déby (sostenuto dalla Francia) nel 1990. ….La forza Hifter, creata e finanziata dalla CIA in Ciad, svanì nel nulla con l’aiuto della CIA, poco dopo che il governo venisse rovesciato da Idriss Déby.” Il libro cita un rapporto del Research Service del Congresso degli Stati Uniti del 19 dicembre 1996, secondo cui “il governo degli Stati Uniti stava fornendo aiuti finanziari e militari al LNSF, e che un numero di membri del LNSF furono  trasferiti negli Stati Uniti“. (Asad Ismi, The Middle East Revolution: The Empire Strikes Back: Libya Attacked by the US and NATO, Global Research, 18 maggio 2011)

Sostenere il Jihad libico
Affiliato ad al-Qaida, il LIFG (Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libia) è stato fondato in Afghanistan con l’appoggio della CIA dal Mujaheddin veterani libici della guerra in Afghanistan.
Fin dall’inizio nella prima metà degli anni ’90, il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) interpretò il ruolo di “risorsa d’intelligence” per conto della CIA e del servizio segreto britannico MI6. A partire dal 1995, il LIFG ha partecipato attivamente al jihad islamico contro il regime laico libico, tra cui un tentativo di assassinio, nel 1996, di Muamar Gheddafi. (Si veda Michel Chossudovsky, “Il nostro uomo a Tripoli”: Terroristi islamici sponsorizzati dagli USA-NATO integrati nell’opposizione Pro-Democrazia della Libia, 3 aprile 2011).
I jihadisti, segretamente sostenuti dai servizi segreti occidentali, oggi sono in prima linea della rivolta:
Al-Hasidi [un mujahidin veterano] ha insistito che i suoi combattenti “sono patrioti e buoni musulmani, non terroristi”, ma ha aggiunto che “anche i membri di al-Qaida sono  buoni musulmani e lottano contro l’invasore [le forze di Gheddafi]”. (Libyan rebel commander admits his fighters have al-Qaeda links, Daily Telegraph, 25 marzo 2011)
Abdul Hakim Al-Hasadi, è un leader del LIFG che ha ricevuto addestramento militare in un campo della guerriglia in Afghanistan. Lui è il capo della sicurezza delle forze di opposizione in uno dei territori controllati dai ribelli, con circa 1.000 uomini sotto il suo comando. (Libyan rebels at pains to distance themselves from extremists – The Globe and Mail, 12 marzo 2011)
La coalizione USA-NATO sta armando i jihadisti. Le armi vengono incanalate verso il LIFG dall’Arabia Saudita, che storicamente, fin dall’inizio della guerra in Afghanistan, ha segretamente sostenuto al-Qaida. I sauditi stanno rifornendo i ribelli, in collegamento con Washington e Bruxelles, con razzi anticarro e missili terra-aria. (Si veda Michel Chossudovsky, “Il nostro uomo a Tripoli”: Terroristi islamici sponsorizzati dagli USA-NATO integrati nell’opposizione Pro-Democrazia della Libia, 3 aprile 2011)

Il modello Kosovo
L’assassinio del generale Younes, mentre creato divisioni all’interno della guerriglia, tende a rafforzare il controllo USA-NATO della fazione islamista della rivolta, che è sostenuto segretamente da CIA e MI6.
Ciò che si sta applicando in Libia è il “modello Kosovo“. L’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA) è stato integrato dalle brigate islamiste affiliato ad al-Qaida, per non parlare dei suoi legami con la criminalità organizzata. L’UCK è stato sostenuto segretamente da CIA, servizi segreti tedeschi (BND) e MI6 britannico.
A partire dal 1997, l’UCK era dietro gli assassinii politici delle forze dell’opposizione civile in Kosovo, compresi i membri della Lega democratica del Kosovo, guidata da Ibrahim Rugova. E’ stato poi utilizzato come strumento nella NATO per la guerra contro la Jugoslavia del 1999. E sulla scia della guerra del 1999, l’UCK è stato portato, con l’appoggio delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, a guidare l’indipendente e democratico “Stato Mafioso” del Kosovo.

La “guerra al terrorismo” sostiene la “guerra al terrorismo
In una amara ironia, la coalizione USA-NATO contro la Libia è presente “su entrambi i lati” della sua “guerra al terrorismo“. Dicono che “combattono il terrorismo“, quando in realtà sostengono e finanziano di nascosto il terrorismo. Stanno combattendo con e non contro i terroristi.
Sono su entrambi i lati della “Grande Menzogna“. Sostengono una guerra santa contro il  “terrorismo islamico“, sostenendo al contempo le forze jihadiste affiliate ad al-Qaida dell'”opposizione” libica.

Mahdi Darius Nazemroaya a Tripoli e Michel Chossudovsky a Montreal hanno contribuito a questo articolo.


Fonte originale: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=25827

Traduzione: Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/07/30/la-guerra-in-libia-divisioni-in-seno-al-consiglio-di-transizione-e-nelle-forze/

Daily NATO War Crimes in Libya

Daily NATO War Crimes in Libya

by Stephen Lendman – July 29, 2011 – Mathaba


Among them is waging war on truth, Western managed news calling lawless imperial wars liberating ones, as George Orwell predicted in his book 1984: War is Peace, Slavery is Freedom, Ignorance is Strength

No wonder John Pilger says journalism is the first casualty of war, adding:

“Not only that: it has become a weapon of war, a virulent censorship (and deception) that goes unrecognised in the United States, Britain and other democracies; censorship by omission, whose power is such that, in war, it can mean the difference between life and death for people in faraway countries….”

In their book, “Guardians of Power,” David Edwards and David Cromwell explained why today’s media are in crisis and a free and open society at risk. It’s because press prostitutes substitute fiction for fact. News is carefully filtered, dissent marginalized, and supporting wealth and power substitutes for full and accurate reporting.

It’s a cancer, corrupting everything from corporate-run print and broadcast sources, as well as operations like BBC and what passes for America’s hopelessly compromised public radio and TV. They put out daily managed and junk food news plus infotainment, treating consumers like mushrooms – well-watered and in the dark.

During wars, in fact, they cheerlead them, reporting agitprop and misinformation no respectable journalist would touch.

On the Progressive Radio News Hour, Middle East/Central Asia analyst Mahdi Nazemroaya, in Tripoli, said some journalists also perform fifth column duties, collecting intelligence and locating targets to supply NATO bombing coordinates, notably civilian targets called military ones.

In a July 28 email, he said tell listeners that “NATO is trying to negotiate with the government in Tripoli.” More on that below. He added that they’re also “planning a new stage of the war against the Libyan people through (predatory) NGOs and fake humanitarian missions.” A likely UN Blue Helmet occupying force also, paramilitaries masquerading as peacekeepers Gaddafi controlled areas won’t tolerate.

NATO, in fact, calls civilian targets legitimate ones, including one or more hospitals, a clinic, factories, warehouses, agricultural sites, schools, a university, one or more mosques, non-military related infrastructure, a food storage facility, and others.

Notably on July 23, a Brega water pipe factory was struck, killing six guards. It produces pipes for Libya’s Great Man-Made River (GMMR) system (GMMR), an ocean-sized aquifer beneath its sands, making the desert bloom for productive agriculture, and supplying water to Libya’s people.

The previous day, a water supply pipeline was destroyed. It will take months to restore. The factory produced vital pipes to do it, a clear war crime like daily others. Moreover, the entire GMMR is threatened by a shortage of spare parts and chemicals. As a result, it’s struggling to keep reservoirs at a level able to provide a sustainable supply. Without it, a humanitarian disaster looms, very likely what NATO plans as in past wars.

On July 27, AFP said that:

“NATO warned that its warplanes will bomb civilian facilities if (Gaddafi’s) forces use them to launch attacks.” At the same time, a spokesman said great care is taken to minimize civilian casualties.

NATO lied. Daily, it’s attacking non-military related sites to destroy Libya’s ability to function in areas loyal to Gaddafi. Earlier, in fact, a spokesman claimed there was “no evidence” civilian targets were hit or noncombatants killed, except one time a major incident was too obvious to hide. Reluctantly it admitted a “mistake,” covering up a willful planned attack, knowing civilians were affected.

Libya (satellite) TV calls itself “a voice for free Libya….struggling to liberate Libya from the grip of the Gaddafi regime….” In fact, it’s a pro-NATO propaganda service, reporting misinformation on air and online.

On July 25, it headlined, “No evidence to support Gaddafi’s allegations that civilian targets were hit,” when, it fact, they’re struck daily.

Nonetheless, it claimed only military sites are bombed, saying Tripoli-based journalists aren’t taken to affected areas, “suggesting NATO’s gunners are hitting military targets, at least in the capital.”

In fact, corporate and independent journalists are regularly taken to many sites struck. Independent accounts confirm civilian casualties and non-military facilities bombed. Pro-NATO scoundrels report managed news, complicit in daily war crimes.

On July 28, Libya TV claimed “captured Gaddafi soldiers say army morale is low,” when, in fact, most Libyans support Gaddafi. Millions are armed. Gaddafi gave them weapons. They could easily oust him if they wish. Instead, they rally supportively, what Western media and Libya TV won’t report.

Moreover, captured soldiers say what they’re told, likely threatened with death or torture if they refuse, especially in rebel paramilitary hands, under NATO orders to terrorize areas they control.

As a result, civilian casualties mount, up to 1,200 or more killed and thousands wounded in pro-Gaddafi areas, many seriously as war rages. In addition, unknown numbers of combatant casualties on both sides aren’t known, nor is the civilian toll in rebel held areas.

Nonetheless, daily sorties and strikes continue. Since mid-July alone through July 27, they include:

July 14: 132 sorties and 48 strikes

July 15: 115 sorties and 46 strikes

July 16: 110 sorties and 45 strikes

July 17: 122 sorties and 46 strikes

July 18: 129 sorties and 44 strikes

July 19: 113 sorties and 40 strikes

July 20: 122 sorties and 53 strikes

July 21: 124 sorties and 45 strikes

July 22: 128 sorties and 46 strikes

July 23: 125 sorties and 56 strikes

July 24: 163 sorties and 43 strikes

July 25: 111 sorties and 54 strikes

July 26: 134 sorties and 46 strikes

July 27: 133 sorties and 54 strikes

Daily patterns are consistent. However, information on numbers and types of bombs, as well as other munitions aren’t given. Instead, misinformation claims a humanitarian mission protects civilians – by terrorizing, killing, and injuring them, solely for imperial aims. It’s why all US-led wars are fought, never for liberating reasons.

The entire campaign is based on lies. It’s standard war time procedure, to enlist popular support for campaigns people otherwise would reject.

In fact, no humanitarian crisis existed until NATO arrived. Moreover, in paramilitary controlled areas, Amnesty International confirmed only 110 pro and anti-Gaddafi supporter deaths combined, most likely more of the former than latter as rebel cutthroats rampaged through areas they occupy. Currently, the numbers of dead and injured civilians are many times that amount, largely from NATO attacks.

NATO, in fact, is code language for the Pentagon, paying the largest share of its operating and military budgets. Except for Germany and Britain, other members pay small shares, most, in fact, miniscule amounts.

Since NATO began bombing on March 19, daily attacks inflicted lawless collective punishment against millions in Gaddafi supported areas. Affected is their ability to obtain food, medicines, fuel and other basic supplies, exposing another lie about humanitarian intervention.

On July 25, OCHA’s fact-finding team said Tripoli contained “pockets of vulnerability where people need urgent humanitarian assistance.” Medical supplies are running low. The last major delivery was in January, and concerns are increasing about the “unsustainable food supply chain for the public distribution systems, especially as Ramadan approaches (on or around August 1 to about August 29) and the conflict persists.”

Moreover, “Libyan oil experts warned that fuel stocks could run out in two weeks.” Public transportation costs have tripled. Food prices have also soared. Tripoli residents experience electricity cuts, and clean water supplies are endangered.

Before conflict erupted, Libyans had the region’s highest standard of living and highest life expectancy in Africa because Gaddafi’s oil wealth provided healthcare, education, housing assistance and other social benefits. Imperial war, of course, changed things. Libyans now hang on to survive.

Seeking an End Game

On July 26, UPI headlined, “NATO seeks urgent exit strategy in Libya,” knowing this phase of the war is lost. Nonetheless, future strategies and campaigns will follow.

For now, however, “NATO is seeking an urgent exit strategy (to end) fighting and decide the future of (Gaddifi), even if that means letting him stay in the country though out of power, it emerged Tuesday after British and French foreign ministers met in London.”

In tribal Libya, Gaddafi’s power, in fact, is far less than reported, social anthropologist Ranier Fsadni saying:

“Gaddafi’s feeling for tribal Libya is certainly one factor that explains how he has managed to rule the country for so many years. (However), (t)here is no tribal office giving a single man a monopoly of institutional power at the apex….Several factors account for his longevity in power,” including sharing Libya’s oil wealth.

UPI said diplomacy is driven by a failed military campaign. As a result, “(i)ntense mediation efforts are underway at different levels at the United Nations and Europe, in African, European and Middle Eastern capitals and Russia.”

Neither side is commenting, but some observers think operations may wind down in weeks, based on an unannounced face-saving solution, despite continued destabilization and future conflict planned. It’s similar to Balkan and Iraq war strategies, a combination of tactics until Washington prevailed.

Libya faces the same end game, though years could pass before it arrives. As a result, Libyans can expect continued hardships. When imperial America shows up, that strategy persists until it prevails, no matter the pain and suffering inflicted.

Stephen Lendman lives in Chicago and can be reached at lendmanstephen@sbcglobal.net

Font: http://www.mathaba.net/news/?x=627719

Libia: verità e patacche mediatico/giudiziarie

Crimini di guerra mediatico-giudiziaria

Giancarlo Chetoni – ByeByeUnclesam

A distanza di un mese e passa dal primo attacco di elicotteri Apache finalizzato alla distruzione di centri comunicazione e radar in prossimità di Marsa el Brega, in Libia la situazione sul terreno è rimasta pressoché immutata.
Le forze di Gheddafi in Cirenaica continuano a mantenere sia il controllo di questo terminal energetico, di importanza strategica, posizionato a 800 km da Tripoli, che di ampie zone del territorio circostante fin sotto Ajdabiya.
L’ultima strage dall’aria, quindici morti tra i residenti, è arrivata a ridosso del porto della Cirenaica, nel centro città, nelle stesse ore in cui è uscita allo scoperto un’altra clamorosa balla sulle travolgenti avanzate dei ribelli del CNT lanciate alla conquista del compound di Bab al Azizia per consegnare Gheddafi, come hanno solennemente promesso, alla CPI dell’Aja.
L’ha raccontata il 27 Giugno alla Reuters, tramite telefono cellulare (!), il solito testimone creato dal nulla che questa volta ha assunto il nome di Juma Ibraim.
Il “suo“ racconto è arrivato dalla periferia sud di… Bir el Ghanam.
La “notizia“ è rimbalzata nel Bel Paese con l’Ansa. La diffusione della flagrante patacca su giornali e tv è stata tanto capillare da trovare spazio anche su quotidiani come Il Sole 24 ore e Milano Finanza.
Ci siamo presi la briga di andare a vedere su Google Earth dove si trovasse questo nuovo caposaldo dato nelle mani dei “sostenitori“ di Re Idris.
E’ un villaggio abbandonato di qualche decina di abitazioni, posizionato ad ovest di un tracciato in ambiente desertico a 87 km da Tripoli, difficilissimo da raggiungere, a ridosso com’è di una invalicabile catena collinare di sabbia.
Il 29 Giugno, Le Figarò darà notizia di altre armi paracadutate dalla Francia di Sarkozy a “formazioni di irregolari“ a Misurata, Nalut, Tiji, al Javash, Shakshuk e Yafran, precisando la natura dei “vettovagliamenti“ dall’aria: denaro, logistica, lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro Milan.
In realtà, al momento, di ribelli lanciati alla conquista di Tripoli non se ne vedono da un pezzo. Rimangono sulla difensiva in Cirenaica solo esigue formazioni “fluide“ di tagliagole, attestate ai margini della Litoranea, oltre i 30‘ nord e i 20‘ sud, pronte a innestare le marce avanti dei pick-up per qualche centinaio di metri nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti della NATO e a ingranare le retromarce nei momenti di pausa tra uno strike e l’altro.
Una sorta di claque, vestita di un pagliaccesco criminale, usata fin dalla prima settimana di Marzo per dare credibilità a una rivolta popolare “repressa nel sangue dalle forze di Gheddafi“, capace di giustificare un “intervento umanitario“ dall’esterno e di portare a maturazione il progetto di Stati Uniti ed Europa di destabilizzare, con l’esplicito appoggio di Ban Ki Moon, uno Stato sovrano.
Metodo già ampiamente adoperato dall’Alleanza Atlantica in Kosovo con il sostegno economico, politico, militare e politico offerto all’UCK, compreso l’addebito di stragi di migliaia di “albanesi“ a Belgrado, per poi giustificare a livello di “comunità internazionale“ la devastante aggressione alla Serbia di Milosevic.
Nonostante il portavoce di Unified Protector Mike Bruken computi a oltre 7.000 le missioni aeree di attacco al suolo, di protezione e sorveglianza aerea effettuate sulla Jamahiryia ed elenchi, con dovizia di particolari, le perdite inflitte dai cacciabombardieri della NATO all’esercito del Rais, al momento, non ci sono notizie di ritiro, confermate da inviati e osservatori indipendenti, dei “lealisti“ di Tripoli dalle posizioni tenute sul campo.
La morte del figlio minore Saif Al Arab e dei suoi tre nipotini, Cartago di 3 anni, Saif di 2 e Mistura di 2 mesi, seppelliti sotto le macerie dalle bombe della NATO, è riuscita a cementare intorno a Gheddafi un’autentica solidarietà popolare.
Gli elicotteri d’attacco Linx, Gazzelle, Apache e Tiger di Francia e Gran Bretagna per ora non hanno prodotto sul campo i risultati che si aspettavano sia il segretario Rasmussen che il generale canadese Charles Bouchard, capo, dalla sede di Napoli, di Unified Protector.
La risposta va cercata nella disponibilità da parte delle forze libiche di ben 2.600 missili SA-14, 16 e 24 e da un numero elevatissimo di piattaforme mobili, con elevata capacità di sopravvivenza, di sistemi antiaerei e antimissile che fanno, o hanno fatto, della Jamahiryia un osso particolarmente duro, ben al di là delle aspettative della NATO, da vincere sul terreno.
Esaminando in dettaglio, in numero e qualità, i mezzi della difesa aerea della Libia siamo rimasti semplicemente di stucco.
La Russia di Putin ha fatto in tempo a fornire al Rais sia i temutissimi sistemi SA-300 V (SA-12 B Giant) a lungo raggio che batterie a breve di altrettanto modernissimi Tor-M1 (SA-15) Gauntlet, oltre a decine di SA-9 Gaskin e SA-13 Ghoper. Senza la pioggia di Tomahawk (tra i 500 e i 600 sui 110 ammessi ufficialmente) lanciati da sommergibili e incrociatori di Gran Bretagna e USA, le perdite aeree di Odissey Dawn sarebbero state particolarmente elevate.
Basterà un dato su tutti a smentire clamorosamente la notizia diffusa dopo il 17 Marzo dal ministro della Difesa La Russa sull’impossibilità da parte libica, assicuratagli dai suoi consulenti militari, di poter colpire il “nostro“ territorio metropolitano. Una storiella ripetuta, con enorme irresponsabilità, anche dal Presidente del Consiglio a Lampedusa per tacitare le preoccupazioni dei residenti su possibili azioni di ritorsione di Gheddafi.
Tripoli possiede ancora, presumibilmente in parte, o possedeva ben 417 missili terra-terra R-17 (Scud C SS1), con una gittata compresa tra i 500 e i 600 km e 80 giganteschi lanciatori mobili 9 P-117 Uragan.
Le immagini degli R-17 mostrati in pubblico nella sfilata di Tripoli del 2010 sono ancora fruibili su Youtube.
Una “missione“, quella contro la Jamahiryia, che fin dalle prime battute definimmo sfiatata, affetta da tubercolosi, esaminandone in via breve gli assets aerei dopo il disimpegno del dispositivo d’attacco USA. La Repubblica delle Banane contribuisce con F-16, EFA-2000, Tornado IDS ed ECR e AV-8 B Harrier II, una portaerei, 4 tra pattugliatori e fregate e 3 navi appoggio. Le uscite finanziarie del Bel Paese per alimentare la guerra alla Libia si aggirano sui 235-240 milioni di euro mensili, cifra ben maggiore rispetto a quelle, poco credibili, dichiarate dal governo, in sede di approvazione del decreto semestrale per le missioni militari all’estero.
Il 10 Giugno, alla vigilia del suo abbandono, Robert Gates in una relazione al Comando Generale di Bruxelles, presenti tutti i ministri degli Esteri e della Difesa della NATO è stato durissimo con i partners degli USA. “… è dolorosamente chiaro – ha dichiarato – che l’Alleanza Atlantica ha enormi lacune nella capacità e nella volontà di perseguire un necessario obiettivo comune. Mancano inoltre i mezzi per condurre una campagna aerea e marittima integrata, efficace e prolungata. Unified Protector può contare solo su 42 aerei d’attacco al suolo e da bombardamento oltre a manifestare gravi, inammissibili carenze di approvvigionamento nel munizionamento di precisione. Ogni Paese aderente ha votato per la missione in Libia. Partecipano alle operazioni meno della metà degli Stati aderenti. E meno di un terzo si è dimostrato disposto a partecipare ai bombardamenti…“. Norvegia e Olanda dal 30 Giugno ritireranno i loro F-16, la Svezia farà altrettanto con i Gripen. Insomma, di fatto, l’Alleanza Atlantica è in vistoso debito di ossigeno e barcolla come un pugile suonato contro un Paese, certo non irresistibile come, la Jamahiryia del colonnello Gheddafi.
Misurata rimane sotto stretto assedio e a Bengasi il CNT subisce durissime perdite di dirigenti politici e di addetti alla sicurezza della Coalizione.
Derna pullula ormai da tempo di sospettissimi “combattenti afghani“ già detenuti a Guantamano.
Lo stesso titolare della Farnesina ha mancato un appuntamento a Bengasi con due cariche di esplosivo al plastico per un anticipo di 24 ore. In più, si contano ormai a decine le figure rappresentative del CNT “eliminate“ dalla contro guerriglia organizzata da Al Senussi. “Rats Council attacked in Bengazi, British, American, French Invaders killed “
L’oscuramento satellitare, della Jana e i bombardamenti sulla sedi radio e tv della Jamahiryia non sono sufficienti a impedire che dispacci di agenzie come Mathaba News raggiungano decine di migliaia di internauti in tutto il mondo, alimentando un’efficace controinformazione.
La nuova “emergenza“ ha costretto Frattini ad annullare un summit a Roma con “qualificate rappresentanze“ della Cirenaica che si volevano spacciare per personaggi politici di spessore e dignitari religiosi appartenenti all’intera Libia.
Un altro tentativo miseramente fallito dopo la messinscena di riunire in un albergo alla periferia della Capitale i capi militari della “rivolta“, che non è andato più in là dal mettere intorno ad un tavolo sette-otto vecchi arnesi doppiogiochisti passati per danaro o per evitare incriminazioni della CPI dalla parte degli “insorti“. Un’ultima notarella sul Tribunale Internazionale dell’Aja.
Da Malabo (Africa Equatoriale) il presidente, con gli occhi a mandorla (!), della Commissione dell’Unione Africana Jean Ping ha affermato che la CPI ha emesso altri mandati di cattura che finiranno per gettare benzina sul fuoco. Il riferimento esplicito è a Gheddafi, il figlio Saif al Islam e al generale al Senussi.
“Tutti constatano – ha affermato – che la CPI si pronuncia sempre nei momenti sbagliati. A giudizio della Commissione che presiedo in rappresentanza di tutti gli Stati dell’Africa si tratta di una circostanza sospetta che merita un attento approfondimento e decisioni conseguenti“.
Dopo la visita di Stato di Omar al Bashir in Cina la Corte Penale Internazionale dell’Aja, già ampiamente screditata, finirà per contare sempre meno sulla scena internazionale.
Qualche confezione di Viagra reperita, da mani sospette, nelle torrette distrutte di due T-72 della Jamahiryia, in Cirenaica, è stata sufficiente a formulare per Gheddafi un’accusa di crimini di guerra per stupro (!).
Il procuratore Moreno Ocampo si è ucciso col ridicolo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si sono suicidati con Hillary Clinton che ne ha pubblicamente confortato le accuse.
Più mandati di cattura “internazionali” arrivano dall’Aja, più declina il potere di coercizione economico militare e politico della ex potenza planetaria.
Giancarlo Chetoni

http://byebyeunclesam.wordpress.com/2011/07/13/crimini-di-guerra-mediatico-giudiziaria/

Brian Becker: NATO-bombers of Libya are our Real Enemies

See http://tv.globalresearch.ca/2011/06/libya-rich-mans-war

Brian Becker talks about the Harbor group which supports the Rebel Groups from Washington. Read more about this group at:

http://in.reuters.com/article/2011/04/05/idINIndia-56145120110405
( Reports filed by The Harbour Group with the Justice Department show it has represented entities connected with the United Arab Emirates, for which it billed the government of Abu Dhabi more than $500,000 between April and September 2009.)

http://www.theatlanticwire.com/global/2011/04/the-libyan-rebels-washington-lo…

See more by Brian Becker at RT – http://rt.com/news/eu-instructors-teach-libya/ (third video on that page)

Font: http://www.youtube.com/user/WolkenZwemmer

Thierry Meyssan – lies on Libyan war

Thierry Meyssan – Media lies on Libyan war are dissipating, but new lies emerge

“Libyan campaign was staged to start conquering Africa”

The NATO-led intervention in Libya and the unrest in Syria are both steps in a decades-long plan by the US and its allies to completely reshape the face of Africa, believes independent journalist and peace activist Thierry Maysan.

“It’s quite obvious that the USA wanted to enter war at the same time with Libya and Syria. That wish was made public by John Bolton in 2002. The plan was passed over to France and Britain, who decided to bring it to life in November last year,” the author believes.

What is called public uprising of the free-loving people are actually coup attempts staged by the Western nations, Maysan says.

The operation in Libya in particular is marked by an astounding number of lies fed to the public, he added.

“By the time of the UN Security Council vote everyone had decided on the basis of reports submitted to the council. And the Security Council was certain that during the demonstrations in Benghazi the government killed 6,000 citizens – a terrible number. But now five months later the prosecutor at the International Criminal Court, which accused the Libyan leadership, has reduced the number… Now the prosecutor is building up his evidence on 208 victims instead of 6,000,” he pointed out.

In another example, footage was circulated by foreign TV channels allegedly showing Gaddafi’s soldiers raping women in retribution for the uprising. The video later turned out to be a rare Libyan amateur porn flick, Maysan said. The lies are meant to hide what the West wants to do in the region, the journalist believes.

“NATO keeps lying at every stage, which is surprising, because during the war in Kosovo NATO would normally lie only to conceal its mistakes. This time it’s being done not to conceal the mistakes, but to conceal the strategy,” he told RT.

The initial plan to overthrow the government in Tripoli has now obviously failed, so now the strategy has changed, the journalist believes.

“Western TV channels don’t speak of oppression and rebellion anymore, but of a civil war, thus trying to prepare public opinion for a declaration to divide the country into two parts: Cyrenaica on one side and Tripolitania on another, with the UN forces in between to separate the parties,” he said.

Civilian losses are not important for those behind this plan, Maysan says.

“From the moment it was decided to launch this operation, the lives of civilians have not been taken into account. Everything we used to see in the Middle East is not transpiring in this region. This is just a beginning. It’s just a question of re-arrangement of this region, and we are yet to see a series of wars,” he expects.

The scenario for Syria was designed in exactly the same way as the scenario for Libya, but it went in another direction, the activist argues.

“I think some countries, Russia included, thought better of it and prevented it. That is why at the moment there is no war in Syria. Even though some Western leaders repeat every day that it is necessary to go to war,”
he said.

Fonts:

http://rt.com/news/libia-syria-war-africa/

http://www.youtube.com/user/WolkenZwemmer

Perché il “Nuovo Partito Anticapitalista” tace sulla Libia?

Perché il “Nuovo Partito Anticapitalista” tace sulla guerra in Libia?

 

11/7/2011 – sitoaurora

Kumaran Ira, World Socialist Web Site 11 luglio 2011

Olivier Besancenot, dopo aver perorato la guerra alla Libia, è stato premiato con un posto nella crociera di piacere per Gaza (Freedom Flotilla 2), organizzata dalle petromonarchia del Qatar e del Barhein. Ciò spiega anche i silenzi della FF2 sulla Libia e sulla repressione in Barhein.
Olivier Besancenot, leader del NPA, dopo aver perorato la guerra alla Libia, è stato premiato con un posto nella crociera di piacere per Gaza (Freedom Flotilla 2), organizzata dalle petromonarchie del Qatar e del Barhein. Ciò spiega anche i silenzi della FF2 sulla Libia e sulla repressione in Barhein.

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La guerra contro la Libia delle potenze imperialiste dura ormai da quasi quattro mesi. Con l’intensificazione del bombardamento di Tripoli per rovesciare il regime del colonnello Muammar Gheddafi, le potenze occidentali non hanno potuto compiere la loro missione, e l’intervento della NATO è attualmente in un vicolo cieco.
La scorsa settimana, la Francia ha riconosciuto di aver fornito armi ai ribelli libici, che combattono le forze governative nella regione libica del Djeben Nafoussa, a sud di Tripoli. Questo è stato riportato dal quotidiano Le Figaro, secondo cui stock di armi sono stati paracadutati tra le montagne del Jebel Nafoussa, compresi lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro “Milan” (Cfr.: La Francia arma le forze anti-Gheddafi).
Le consegne francesi di armi ai ribelli, in violazione della risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha imposto a febbraio l’embargo sulle armi alla Libia. In Francia come in altri paesi, la maggioranza della popolazione si oppone all’azione militare in Libia. Secondo un sondaggio SFOP, il 51 per cento dei francesi disapprova l’intervento militare della Nato contro la Libia.
C’è un silenzio assordante su questo evento nella stampa del partito dell’ex “sinistra” piccolo borghese. Ciò è particolarmente vero nel caso del nuovo partito anticapitalista (NPA) di Francia. Il sito web del NPA ha pubblicato tre articoli molto brevi sulla guerra in Libia, nel giro di due mesi, anche se si tratta dell’iniziativa principale della politica estera della Francia.
Perché la NPA tace mentre la guerra è impopolare ed è condotta illegalmente dal governo francese? Per settimane, il partito che pretende di essere anti-capitalista, non ha fatto alcuna dichiarazione ufficiale sulla guerra, o non har criticato il presidente Nicolas Sarkozy per la fornitura illegale di armi francesi ai ribelli.
In realtà, la fornitura di armi ai ribelli è la politica che la NPA ha rivendicato presso l’imperialismo francese, all’inizio della guerra. Se l’NPA non critica la politica militarista e illegale del governo francese, è perché fa esattamente quello che l’NPA gli ha chiesto di fare.
Alla vigilia degli attacchi aerei della Francia e Gran Bretagna, il 19 marzo, la NPA aveva suggerito che la Francia consegnasse armi all’opposizione libica. Nel suo comunicato stampa datato 18 marzo, la NPA ha scritto: “La nostra piena solidarietà va ai libici, a cui si dovrebbero dare i mezzi per difendersi, le armi di cui ha bisogno per cacciare il dittatore, prendersi la libertà e la democrazia.”
Lo stesso Olivier Besancenot, ex candidato alla presidenza del NPA, ha dichiarato: “La nostra solidarietà piena va ai libici, cui dovrebbero esser dati i mezzi per difendersi, le armi di cui hanno bisogno per cacciare il dittatore, e prendersi la libertà la democrazia.”
La realtà dei bombardamenti quotidiani sui civili libici, da parte degli aerei della NATO, rivela l’ambiguità di queste formulazioni disoneste, che cercano di suggerire che il NPA ha voluto proteggere i civili o “il popolo libico“. Infatti, la NPA sta ora cercando di coprire col suo silenzio il suo sostegno a una guerra imperialista, il cui obiettivo è rovesciare Gheddafi e imporre un nuovo stato cliente gestito dal Consiglio di Transizione Nazionale (CNT) di Bengasi.
La CNT, formazione di destra filo-imperialista, protegge principalmente gli interessi geostrategici delle grandi potenze e dei conglomerati energetici occidentali. Lungi dall’essere il “popolo libico“, la CNT è composto da forze come degli ex ministri del regime di Gheddafi, forze di terroristi islamici legati ad al-Qaida, agenti della CIA e vari capi tribù libici.
Dall’inizio della guerra, il NPA avanza argomentazioni assurde per giustificare l’intervento delle grandi potenze in Libia. Per quanto riguarda il CNT, il NPA ha dato un colore “rivoluzionario” a una forza reazionaria e pro-imperialista.
Il 1° aprile, il NPA ha pubblicato la relazione di un “dibattito sull’intervento in Libia” nel partito. Adottando la posizione dell’imperialismo francese, in particolare l’intervento militare per proteggere i civili, ha scritto: “Perché Gheddafi è pronto a uccidere i suoi soldati, perché ha promesso ‘un bagno di sangue’ e perché sappiamo che manterrà la promessa in caso di vittoria, vogliamo prima di tutto la sua sconfitta.
L’8 aprile, il NPA ha pubblicato un articolo dei suoi collaboratori belgi (il partito LCR-LaGauche), dal titolo “La guerra imperialista e contro-rivoluzionaria in la Libia“. Secondo l’articolo, “In Libia, attualmente ci sono due guerre in corso: l’offensiva aerea lanciata dagli imperialisti da un lato, e la guerra condotta dal regime di Gheddafi contro la rivolta popolare
Infatti, la CNT non rappresenta una rivolta popolare. Si tratta di uno strumento delle potenze imperialiste, che funge da forza di terra dell’intervento della Nato contro la Libia. Se Gheddafi sarà rovesciato e andrà al potere il CNT, si avrà un regime subordinato che metterà la ricchezza petrolifera della Libia a disposizione degli imperialisti.
La separazione assoluta stabilita dal NPA tra i bombardamenti NATO e il CNT, è falsa e disonesta. Per difendere una guerra imperialista, sotto dei colori di “sinistra“, il NPA critica pallidamente i bombardamenti NATO, pur plaudendo le forze che le servono da fanteria.
Nonostante il travisamento della sua critica della NATO, per il NPA è impossibile nascondere completamente di essere critico da destra. Secondo il NPA, la NATO, che descrive altrove come una alleanza imperialista – non fa abbastanza per aiutare i ribelli a combattere le forze di Gheddafi: “Si rifiuta ancora di fornire munizioni e armi pesanti agli insorti in quantità sufficiente, altrimenti hanno poche possibilità di resistere e sconfiggere le truppe militarmente meglio equipaggiate e addestrate del tiranno“.
La sezione del LCR-LaGauche si lamenta anche che gli imperialisti non bombardano abbastanza la Libia, “Gli attacchi aerei della NATO, a sostegno degli insorti, sono fatti col contagocce e sono molto selettivi.”
Un partito che fa simili commenti, si posiziona in modo inequivocabile dalla parte della reazione sociale, nonostante i suoi sforzi per darsi l’immagine di partito di “estrema sinistra”. Dopo aver chiesto l’intervento imperialista in Libia, ora condivide con Sarkozy la responsabilità politica per la morti di civili in Libia, uccisi dalla NATO e dalle sue marionette libiche.

Copyright 1998 – 2009 World Socialist Web Site

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.wordpress.com/2011/07/11/perche-il-nuovo-partito-anticapitalista-tace-sulla-guerra-in-libia/

Italia: tra il Trattato di Amicizia con la Libia e la sudditanza a Jew York

Guerra e politica italiana per conto terzi

di Piero Sella – 03/05/2011 – liberaopinione

 

Se all’inizio della sua carriera politica Berlusconi poteva «pensare in grande», nutrire qualche speranza di incidere in modo significativo sui destini dell’Italia, all’inizio di questa legislatura ogni illusione doveva essere svanita.

Con la sua intelligenza d’imprenditore di successo, al premier non poteva essere sfuggito il tipo fangoso di terreno sul quale doveva camminare. Aveva avuto da quando era «sceso in campo» tutto il tempo per una valutazione realistica. Troppi gli ostacoli da superare: in primo luogo un enorme debito pubblico che impediva l’avvio di importanti lavori pubblici e di riforme sociali. E poi, via via, il dramma delle Regioni in mano alla criminalità organizzata, il disastro della corruzione e del clientelismo, l’impossibilità a causa degli egoismi settoriali di frenare la spesa corrente, l’evasione fiscale, gli appalti truccati, gli sprechi, le truffe agli enti previdenziali. E ancora l’impossibilità di far giungere in porto le grandi riforme istituzionali a causa dei gruppi, nazionali e internazionali, interessati a mantenere lo status quo. Se non rientra nella loro sfera di interesse, i poteri forti, le banche e i loro giornali, sono in grado di impedire all’opinione pubblica la ricezione di qualsiasi messaggio.

Si doveva insomma fare i conti con quanto la cupola democomunista era riuscita a capitalizzare in decenni di attività.
L’occupazione della scuola, delle università, dei tribunali, dei sindacati, e dell’apparato burocratico hanno prodotto come risultato Presidenti della Repubblica tutt’altro che imparziali, una Corte Costituzionale trincerata in un fortino inespugnabile contro il quale è inutile legiferare, un mondo culturale fazioso, intollerante e arrogante, egemonizzato nell’editoria, nello spettacolo e nelle televisioni (pubbliche e private) dai vetero-comunisti e dai globalizzatori di estrazione plutocratica e cattolica.
Eppure, nonostante questa zavorra, sorretto da un grande ottimismo, Berlusconi pensava di avere ancora in mano le carte per ritagliarsi lo spazio d’azione necessario ad affrancare l’Italia dal servaggio in cui dal dopoguerra era caduta.
Come evitare, intanto, di mettersi in rotta di collisione con avversari di stazza tanto maggiore? Come tacitarne la pericolosa suscettibilità? Agendo con gradualità, senza dare nell’occhio, restando allineati e coperti.
Esibiva innanzitutto, il premier, grande considerazione per il capofila. I suoi rapporti con i presidenti USA lasciavano sullo sfondo come sprovveduti provinciali gli altri colleghi europei, incapaci di cogliere al volo la pur elementare psicologia americana.

Si proclamava il migliore amico di Israele, di cui fingeva di non vedere la protervia razzista esercitata contro la popolazione araba.
Mostrava di prender per buoni gli sproloqui demoumanitari dell’Occidente, contribuiva anzi, con truppe italiane, agli sciagurati interventi nei Balcani e nel Vicino Oriente. Ingoiava con un sorriso la sudditanza alla NATO e l’ingombrante presenza in Italia delle basi americane. Cercava di mantenere rapporti corretti con l’Europa e la sua Banca Centrale, tenendo a freno i giusti attacchi di Tremonti alla speculazione finanziaria e agli istituti di credito.
Con tali premesse, pensava di essersi guadagnato il diritto a qualche licenza, per agire, negli spazi liberi, non regolamentati cioè da precedenti intese internazionali. Puntava insomma a legittime, realistiche e promettenti intese bilaterali.
Partner internazionali si erano resi disponibili per accordi commerciali di grande spessore, capaci di dar fiato economico ed energetico all’Italia e di aprire nuovi mercati alle nostre industrie.
Questo stretto varco di libertà poteva essere l’avvio di una nuova politica di liberazione nazionale e di piena Sovranità.
Ed ecco Berlusconi dare buona prova nell’intesa con la Russia di Putin. Diversificando le forniture di gas e petrolio, l’Italia si mette al riparo dalla Speculazione e dai ricatti delle Sette Sorelle, una lobby potentissima in grado non solo di sfruttare, ma addirittura determinare turbolenze e conflitti nello scacchiere mediorientale.

Ma è quello con la Libia l’accordo di più ampio respiro. L’Italia, primo partner commerciale di Tripoli, ottiene la fornitura del 32% del suo fabbisogno petrolifero annuo, pagandolo, in pratica, con il lavoro delle sue imprese sulla vicina sponda mediterranea. Eni e Finmeccanica lasciano al palo i concorrenti stranieri. Una collaborazione destinata a durare in quanto riguarda due economie vicine geograficamente e complementari. La Libia dava per di più garanzie di essere un Paese politicamente tranquillo. Sotto la guida del colonnello Muammar Gheddafi aveva avuto uno sviluppo stupefacente. Infrastrutture, acquedotti, porti, strade, scuole, ospedali, alberghi, l’hanno condotta in pochi decenni alla modernità. Le ricchezze del sottosuolo hanno anche elevato, e di molto, il livello di vita della popolazione.
Trattare con una nazione ricca, ordinata, poco popolata e che non ha contenziosi aperti con nessuno dei vicini era già molto. Ma nel pacchetto degli accordi con Tripoli era anche inserito il controllo dei flussi migratori dall’Africa nera; un problema per noi drammatico che, appena firmato l’accordo, cessa di assillarci.
Che l’Italia, per la disinvolta diplomazia del suo premier e per la sua fortunata posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, si fosse garantita l’autosufficienza energetica e quindi avesse compiuto un passo verso la fine della sovranità limitata era certamente sgradito all’Oligarchia atlantica e alla grande finanza cosmopolita che vi spadroneggia.
La reazione è immediata e radicale, e sfrutta i canali che ha a disposizione. Berlusconi è un personaggio scomodo, va rimosso.
Entrano in azione tutti quei centri di potere politici, finanziari, giornalistici, che hanno come punto di riferimento la cupola demoplutocratica e cioè, nell’attuale parlamento, i partiti della cosiddetta sinistra, sempre preoccupata di apparire affidabile a Washington, e i centristi di Casini.

Tutti si danno da fare per provocare la crisi, per far cadere Berlusconi. La coalizione golpista non ha però i numeri sufficienti. Si pesca allora direttamente nel partito del premier.

Fini, coi suoi ripetuti viaggi a Gerusalemme e in America, aveva fatto ampiamente capire la propria disponibilità. È lui a organizzare la trentina di deputati necessari alla bisogna. Per il ribaltone dovrebbero bastare; non era il caso di spendere di più!
Ma quale fu il pretesto, il casus belli, agitato contro Berlusconi da Fini e dai suoi? Sfidiamo chiunque a trovare nel mare di chiacchiere che su questo argomento ci ha perseguitato fino al 29 settembre 2010, data in cui doveva essere votata la sfiducia al governo, un motivo tale da giustificare la scissione.
Nessuno scontro sul programma del governo né sulla sua attuazione. Ripetuti furono invece, da parte di Fini e del suo entourage i cenni di critica ai rapporti intessuti con la Russia e la Libia, chiaro anticipo (e impegnativa dichiarazione d’intenti indirizzata ai mandanti) di quella che sarebbe stata la politica del governo destinato a subentrare.

Ma l’assalto parlamentare delle opposizioni e dei transfughi di Fini fallisce per pochi voti.
Subentra allora, per spingere alle dimissioni il premier, la magistratura politicizzata che nei suoi arsenali ha sempre pronta la sorpresa, l’intercettazione giusta.
I processi in corso sono lenti e a rischio di prescrizione, ed ecco l’affare Ruby, cui la stampa liberalcapitalista e la TV forniscono l’adeguata risonanza.
Ma neppure l’attacco scandalistico piega Berlusconi. Il Cavaliere barcolla, ma resiste e reagisce.
A questo punto, nelle altissime sfere, si decide di troncare gli indugi e di spezzare, anche se sarà un po’ più complicato, l’anello libico della catena. È necessario far capire all’Italia – ma anche a chi fosse in futuro tentato di seguirne l’esempio – che nessuna libera uscita è consentita, nemmeno dalla porta di servizio.
In Cirenaica tutto è pronto.
Gli «insorti» entreranno in azione sulla scia delle pacifiche rivolte d’Egitto e Tunisia, ma in Libia è diverso, gli organizzatori, i servizi francesi, non hanno tempo da perdere; non si accontentano di gestire dietro le quinte farraginose proteste e, per dare una scossa, hanno portato con sé tutto il necessario: soldi, bandiere a centinaia e armi, con le quali i manifestanti sparano sulla polizia e assaltano caserme.
Ma la mossa vincente, è quella di creare nel paese il caos. Bande di insorti assaltano qua e là, nei loro alloggi, gli operai stranieri, li bastonano e tolgono loro soldi e telefono. In poche ore le attività estrattive sono interrotte; decine di migliaia di persone in fuga si riversano sull’unica strada costiera verso la Tunisia. Lì il loro arrivo aggiunge altri problemi a quelli esistenti e provoca ondate di partenze verso l’Italia.

I disordini sono reclamizzati ed enfatizzati dai media occidentali. Si parla di una pesante repressione ordinata da Tripoli, di fosse comuni, di bombardamenti aerei su civili. Le immagini che accompagnano queste notizie mostrano in realtà solo cortei di automobili e poche decine di giovani che agitano una strana bandiera che non hanno mai visto e sparano in aria.
Tripoli è colta di sorpresa, ma in breve reagisce al complotto ebreo-sionista (così lo definisce lo stesso Gheddafi).
Né, del resto, i complottisti fanno mistero del loro ruolo. Sarkozy e i suoi correligionari, Bernard Kouchner, già ministro degli esteri, Bernard-Henri Lévy, che conduce a Parigi gli oppositori libici, Gilles Herzog e la vecchia conoscenza Daniel Cohn-Bendit (Dany il rosso) ne menano anzi vanto.
Bernard-Henri Levy, colto da delirio di onnipotenza, proprio in questi giorni, ha anche profetizzato che dopo la Libia, verrà il turno della Siria, dei palestinesi legati ad Hizbollah, dell’Iran di Ahmadinejad.
Ma l’ebreo propone e Dio (quello vero) dispone. Gli insorti sono bloccati. Dalla parte dei francesi passano solo pochi dirigenti prezzolati. Il governo libico è sul punto di ristabilire l’ordine.
Per rimettere in pista i ribelli è invocato il solito pretesto umanitario. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non nuovo a simili strumentalizzazioni, autorizza l’intromissione negli affari interni della Libia e la famigerata No fly zone.
Nessuno Stato è però obbligato a seguire l’indicazione, tant’è vero che quelli intenzionati a intervenire lo fanno a titolo individuale, dando vita al gruppo dei «volenterosi». Questi altruisti non esitano a destabilizzare una nazione che ha pacifici rapporti commerciali con tutti, e a spingere il suo popolo verso la guerra civile. Per piegarne il legittimo governo, ricorrono a bombardamenti terroristici e al lancio di missili.

L’offensiva contro Tripoli fa affluire nuovi elementi nella banda dei volenterosi. C’è nell’aria il profumo di un ricco bottino da spartire.
E l’Italia? Le sue intese con la Libia le aveva già fatte e partecipare a una coalizione armata contro quel Paese non le avrebbe certo migliorate. Eppure l’idea di prendere le distanze dagli anglo-americani lascia perplessa la classe politica. Comincia un balletto indecoroso: sì, ma non al seguito dei francesi, meglio la NATO. Questo mentre si spera che la NATO decida di restarne fuori.
Berlusconi si defila, ma i suoi Frattini e La Russa, pur presentandosi col piglio del protagonista, balbettano e si contraddicono. Sollevano eccezioni e i volenterosi fingono di accontentare Roma: promettono che, dopo qualche giorno, il comando passerà da un francese alla NATO, ma, quando è il momento, viene designato un altro generale francese, questa volta di nazionalità canadese, Charles Bouchard.

L’Italia, come accade a un giocatore di poker vittima dei bari, viene «presa in mezzo» e finisce per schierarsi a fianco di chi ha suscitato una guerra destinata a colpire i suoi interessi. Al danno si aggiunge la beffa di vedere i mezzi aerei e navali impegnati nel conflitto muovere dalle proprie basi.
Ci troviamo dunque a violare un Trattato di Amicizia con Tripoli siglato di recente, il 30 agosto 2010. Ancora una volta l’Italia manca alla parola data.
Sarebbe interessante valutare quale utilità, nella sua breve storia unitaria, abbia ricavato l’Italia dai suoi tradimenti.
Berlusconi peggio di Badoglio?

Quel che è certo è che, anche se la vicenda è tutt’altro che conclusa, nell’ambito ONU, NATO e Unione Europea, all’Italia ogni tutela dei propri interessi è preclusa e che pertanto la collaborazione offerta a quelle strutture è del tutto controproducente.
L’invasione dei profughi africani è solo il primo degli assaggi negativi. La confusione è totale, l’Europa in frantumi. In Italia nessuna regione vuole gli immigrati. Le spese di una caotica assistenza fanno lievitare il debito.
Ma vengono al pettine anche i nodi energetici, dai quali l’usura internazionale raccoglie i primi dividendi, dividendi che conta di accrescere capitalizzando le provvidenziali disgrazie piovute sul Giappone.
Sarebbe infine miope pensare che possa dare frutti il maramaldesco sequestro dei beni che la Libia aveva affidato all’amico italiano. Si tratta solo di una vergogna aggiuntiva, di una scorrettezza che resterà a lungo sulla fedina penale dell’Italia: traditori e ladri.
Non è possibile dimenticare, in questa amara analisi, il ruolo da mosca-cocchiera assunto dal comunista Napolitano che ha – fuori da ogni suo ruolo – ripetutamente esaltato la sconcia aggressione.
Contrariamente a quanto era accaduto per Budapest nel 1956, quando il suo cuore batteva all’unisono col motore dei carri armati russi, questa volta ha scelto di schierarsi con gli insorti. Dalla parte sbagliata allora, dalla parte sbagliata oggi. Sbagliata e perdente. Non sempre infatti il cavallo più forte è destinato a vincere. Finì male il comunismo sovietico, finirà male il neo-colonialismo sionista.

Cosa ricavare da questo esame dei fatti? Abbiamo visto che per sua incapacità e per i vincoli imposti dagli accordi internazionali, all’Italia è negata ogni possibilità di operare scelte di governo autonome. Si è spenta anche la speranza nell’Europa; la nostra sovranità nazionale è stata versata nell’imbuto europeo che ha restituito solo una moneta comunitaria priva del minimo controllo politico. A questo proposito è interessante ricordare il Foreign Sovereign Immunity Act del 1976 col quale i giuristi americani hanno definito le banche centrali «too sovereign to be sued», troppo sovrane per essere citate in giudizio.
In tale sconfortante panorama era lecito aspettarsi che almeno quelle valide sortite che erano state messe in campo in politica estera venissero difese.
Sulla Libia in particolare, l’importanza e l’enfasi del Trattato di Amicizia non ammettevano arretramenti: la parola data andava mantenuta. E invece, aderendo alla crociata dell’Occidente contro la Libia, fornendo basi militari, inviando aerei e navi da guerra, l’Italia ha messo il sigillo sul fallimento della sua affidabilità politica.

Di politica estera nel nostro Paese non ci si occupa mai, eppure essa – l’invasione dall’Africa lo sta dimostrando – è cosa tutt’altro che irrilevante. Si dimostra anzi una scelta prioritaria cui tutto il resto deve adeguarsi.
Al capo di governo chiediamo quale senso abbia, a questo punto, restare alla guida del Paese?

Egli ha davanti a se due strade; la prima, dimettersi e ritirarsi dalla politica con la coda fra le gambe; l’altra, spiegare agli italiani il perché delle umiliazioni patite e la necessità di una grande svolta in direzione della Sovranità.
Per essere credibile il messaggio dovrebbe essere però accompagnato dal ritiro di tutti i nostri contingenti militari oggi in Asia e nei Balcani e dall’uscita dell’Italia dalla NATO.

Fonte: http://www.liberaopinione.net/wp/?p=3361

Amnesty International and Human Rights Watch expose lies on Libya

Amnesty International and Human Rights Watch expose lies on Libya

By Dennis SouthMathaba – 5 July 2011

Throughout the last few months, lie after lie after lie has been conjured up, and spread, by NATO and the U.S. regarding Gaddafi and the Great Libyan Jamahiriya.

Anti-Libyan leader Moammar Gadhafi protesters (RATS) pray during Friday prayers in front of a U.S. flag at the court square, in Benghazi, Libya, June 24, 2011. (Hassan Ammar/AP Photo)
 
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First it was said that a legitimate “democracy” movement had been birthed amongst some Bengazi residents. That lie has been exposed by the visit to Libya of a number of fact-finding missions, as well as individuals like Dr. Webster Tarpley, an historian, economist, and world-renowned investigative journalist, who have commented that virtually the FIRST thing these “democracy lovers” did was RAID police departments and government ammunition depos–quite a contrast to the Tunisian and Egyptian movements, where peaceful marches occurred. And Colonel Gaddafi had pointed that out in the beginning.

In fact, Gaddafi’s original charge that he made at Bab-al-Aziziyah, in a strong and fiery speech, was that the Bengazi traitors were NOT democracy lovers, but members of Al-Qaeda. And Gaddafi has been proven right on that score also. For instance, Susan Lindauer, a former CIA asset who was IN Libya, many years ago, and is an expert on Al-Qaeda, was interviewed by RT News, and testified that GADDAFI WAS 100% CORRECT in his earlier charge: The Bengazi rats are Al-Qaeda members. She also chastised Obama, saying that she was extremely disappointed in him, and that she wondered WHY he was supporting Al-Qaeda–a movement that the U.S. government has CLAIMED is its arch enemy.


VIDEO: Libya the trouth of the fake revolution by rats

Then the world was fed an OCEAN of propaganda about Gaddafi’s 41-year “reign of terror” and “brutal dictatorship” over the Libyan people. That too was exposed as a lie when the facts about Libya, under Gaddafi, became common knowledge these last three months, when people got on the Internet and began performing their own studies. They found out that:

1. Before Gaddafi, literacy in Libya was only 10%. Since Gaddafi took over, literacy has risen to 90%
2. Undernourishment in Libya is at 2%–a figure lower than that of the world center of “democracy,” the United States of America
3. Education, up through college, is free in Libya
4. Healthcare is free and pharmacies and hospitals of European highest standards
5. Libya ranks No. 53 on the United Nations Index of Human Development
6. Libya has the highest standard of living in Africa, in 1969 before Qaddafi it was the lowest in the world at just $60 per year income
7. Libya gives free land, and seeds, to anyone who wants to farm that land.
8. There is virtually no homelessness in Libya, as everyone is given a home.
9. Women in Libya have equal rights, not only as a philosophy, but in practice.
10. Under Gaddafi’s oil-revenue-sharing program, each Libyan gets $500 (DOLLARS) dumped into his or her bank account, each month
11. Any medical care, operations or health treatments if unavailable in Libya, the citizen is given full expenses of travel and treatment and accommodation abroad to wherever is required for the treatment to be given, no other country in the world does this.
12. On marriage, each couple is given $60,000 to do with as they want, furnish their home, take a holiday, honeymoon, buy car
13. Libyans have a direct participatory democracy based on People’s Conferences that puts other “democracies” to shame
14. Many other such benefits exist in Libya.

So, then people began to ask, “Hey, what’s all this talk about Gaddafi being a ‘brutal dictator,'” and now you can search at Google and find many blogs where outraged individuals who now know the truth are helping spread the news about the TRUTH of Libya, [ http://bit.ly/LibyaTruth ] and the LIES of the North Atrocities Terrorist Organization and the United Snakes government (that is, snakes in the GOVERNMENT, not necessarily the population).

One example of such a blog is the Channel 4 News Blog, “Libyan Lies,” run by Alex Thomson. One of the massive, almost cartoonish, lies told by the North Atrocities Terrorist Organization and the United Snakes Government, was that Colonel Gaddafi had handed out Viagra to his soldiers, and that those soldiers then went on a massive rape campaign, raping Libyan women. Hillary Clinton helped to spread this lie, and one wonders how she could have risen to become the Secretary of State in her country. Of course, TELLING THE TRUTH is obviously not a requirement for holding the position of Secretary of State in the United Snakes Government.

Alex Thomson has revealed that, NOT ONLY is it a total lie that massive rapes occurred in Libya, but that Amnesty International as well as Human Rights Watch visited Libya and reported that NO evidence of ANY rape–not even ONE–was found.

“Donatella Rovera, senior crisis response adviser for Amnesty, who spent three months in Libya after the start of the uprising in February, said of systemic mass rape: ‘We have not found any evidence or a single victim of rape or a doctor who knew about somebody being raped’, although she added that there is also no evidence to suggest mass rapes have not occured.”

It is clear to all, now, that the underlying philosophy of the North Atrocities Terrorist Organization and the United Snakes government is, “Might is right.” Truth doesn’t matter. The evidence in favor of Colonel Gaddafi and the Great Libyan Jamahiriya is POURING, like a flood, all over the place. But none of that matters to NATO and the U.S. As long as they have the most powerful bombs, and as long as they control the “news” media,” all that matters to them is DEATH.

Font:  http://www.mathaba.net/news/?x=627381

Francia: perchè la rapina a mano armata del gas libico?

Il gas libico è indispensabile alla Francia per convertire le vecchie centrali nucleari che sono da smantellare al piu’ presto

Tripoli bombardé ne faiblit pas

Tripoli bombardé ne faiblit pas

par Thierry Meyssan – Réseau Voltaire – Tripoli (Libye) – 27 juin 2011

Un groupe international d’enquêteurs du Réseau Voltaire est actuellement en Libye. Il a pu se rendre sur des lieux de bombardements. Disposant de la confiance des autorités libyennes, il a pu rencontrer quelques uns des dirigeants politiques et sécuritaires malgré les conditions de guerre. Leur constat est diamétralement opposé aux images véhiculées par la presse occidentale. Thierry Meyssan livre leurs premières observations.
 
 
 

 

 La chambre à coucher de Mouammar Kadhafi, bombardée par l’OTAN. L’Alliance a détruit deux autres chambres du bâtiment, celle de son fils et de ses petits enfants, qui sont morts. Le Guide était absent – © Réseau Voltaire

Au centième jour de bombardement de la Libye, l’OTAN annonce l’imminence de son succès. Cependant, les buts de guerre n’étant pas clairement précisés, on ignore en quoi consistera ce succès. Simultanément, la Cour pénale internationale annonce la mise en accusation du Guide Mouammar Kadhafi, de son fils Saif al-Islam et du chef des services de renseignement intérieur, Abdallah al-Senoussi pour « crimes contre l’humanité ».

Si l’on se rapporte à la résolution 1973 du Conseil de sécurité, la Coalition des États volontaires vise à établir une zone d’exclusion aérienne afin d’empêcher les troupes du tyran de tuer son propre peuple. Cependant, les informations initiales selon lesquelles l’armée de l’air libyenne a bombardé des villes qui s’étaient soulevées contre le pouvoir de Tripoli ne sont toujours pas corroborées, bien qu’elles soient considérées comme fiables par la Cour pénale internationale. Quoi qu’il en soit, les actions de l’OTAN ont très largement dépassé l’instauration d’une zone d’exclusion aérienne pour se transformer en une destruction systématique des fores armées nationales, air, terre et mer.

Les objectifs de l’OTAN sont probablement autres. Les leaders de l’Alliance ont ainsi évoqué de nombreuses fois le renversement du « régime » de Mouammar Kadhafi, voire l’élimination physique du « frère Guide ». Les médias occidentaux évoquent des « défections massives » des cadres de Tripoli et leur ralliement à la cause des insurgés de Benghazi, mais ils ne parviennent pas à citer de noms, sinon ceux d’hommes politiques connus de longue date pour être favorables au rapprochement avec Washington, tel l’ex-ministre des Affaires étrangères Moussa Koussa.

L’opinion publique internationale est massivement désinformée. Washington a fait couper les retransmissions de la télévision libyenne sur le satellite ArabSat, dont la Jamahariya est pourtant actionnaire. Le département d’État ne devrait plus être long à faire de même avec NileSat.
En violation de ses engagements internationaux, Washington a refusé un visa au nouveau représentant libyen à l’ONU. Il ne peut venir à New York exposer son point de vue, tandis que son prédécesseur, rallié au CNT continue à occuper son siège.
La voix de Tripoli étant étouffée, il est possible de répandre n’importe quel mensonge sans crainte d’être contredit.

Rien d’étonnant donc à ce que vu de Tripoli, d’où cet article est écrit, les communiqués de l’OTAN et les injonctions de la Cour pénale internationale paraissent irréels. L’Ouest de la Libye est paisible. À des moments aléatoires, les sirènes annoncent l’arrivée des bombardiers ou des missiles. Suivi immédiatement des explosions qu’ils provoquent. Il est inutile de courir aux abris, d’une part parce que le temps est trop court et d’autre part, parce qu’il n’y a guère d’abris.

Les bombardements sont ciblés avec une extrême précision. Les munitions guidées touchent les bâtiments visés, et dans ces bâtiments, les pièces visées. Toutefois, l’OTAN perd le contrôle en vol d’environ un missile guidé sur dix. Celui-là tombe à l’aveuglette. N’importe où dans la ville, semant la mort au hasard.

Si une partie des cibles de l’OTAN sont « militaires » : casernes et bases ; la plupart sont « stratégiques », c’est-à-dire économiques. Par exemple, l’Alliance a bombardé l’imprimerie de la Monnaie libyenne, une administration civile chargée de fabriquer les dinars. Ou encore, ses commandos ont saboté des usines qui faisaient concurrence à celles de membres de la Coalition. D’autres cibles sont dites « psychologiques ». Il s’agit de toucher dans leur chair les dirigeants politiques et sécuritaires en massacrant leurs familles. Les missiles sont alors pointés sur les habitations privées, et plus précisément sur les chambres à coucher des enfants des dirigeants.

L’ambiance dans la capitale et sur la côte est lourde. Mais la population reste soudée. Les Libyens soulignent qu’aucun de leurs problèmes intérieurs ne justifie le recours à la guerre. Ils évoquent des revendications sociales et des questions régionales, comme il en existe dans les États européens, mais rien qui doive conduire à déchirer les familles comme on est en train de le faire en imposant une partition du pays.

Face à l’OTAN, des dizaines de milliers de bourgeois aisés ont plié bagage et sont allés se réfugier dans les pays limitrophes, notamment en Tunisie, laissant aux pauvres le soin de défendre la patrie qui les a enrichis. De nombreux commerces sont fermés sans que l’on sache s’ils doivent faire face à des difficultés d’approvisionnement ou si leurs propriétaires ont fuit.

Comme en Syrie, la plupart des opposants politiques font bloc derrière le gouvernement pour protéger l’intégrité du pays face à l’agression étrangère. Pourtant, certains Libyens, anonymes et invisibles, renseignent l’OTAN pour localiser ses cibles. Jadis leurs parents accueillaient les armées coloniales italiennes, aujourd’hui ils scandent avec leurs homologues de Benghazi : « 1, 2, 3, Sarkozy arrive ! ». Chaque peuple a ses traîtres et ses collabos.

Les exactions commises par les mercenaires du prince Bandar en Cyrénaique ont terminé de convaincre bien des hésitants. La télévision montre en boucle les œuvres des leaders d’Al Qaida en Libye, dont certains ont été libérés directement de Guantanamo pour combattre aux côtés des États-Unis. Des images insoutenables de lynchage et de mutilations dans des villes érigées en Émirats islamistes, à la mode afghane ou irakienne, par des individus deshumanisés par les tortures qu’ils ont subis et excités par des drogues puissantes. Il n’est pas nécessaire d’être un vieux partisan de la Révolution de Kadhafi pour la soutenir aujourd’hui face aux horreurs auxquels se livrent les jihadistes dans les « zones libérées » par l’Alliance [1].

Rien, nulle part, à l’Ouest n’évoque une révolte ou une guerre civile. Pas de barricades, ni de blindés dans les rues. Sur toutes les routes, les autorités ont installé des checks points tous les deux kilomètres. Les automobilistes patientent sagement, eux-mêmes attentifs à découvrir les éléments infiltrés par l’OTAN.

Le colonel Kadhafi arme la population. Près de deux millions de fusils mitrailleurs ont déjà été remis aux civils. L’objectif est que chaque adulte, homme ou femme, puisse défendre sa maison. Les Libyens ont retenu la leçon irakienne. Saddam Hussein avait assis son autorité sur le Baas et l’armée, excluant son peuple de la vie politique. Lorsque le parti fut décapité et que quelques généraux firent défection, l’État s’effondra soudainement laissant le pays sans résistance et plongé dans le chaos. La Libye, elle, est organisée selon un système original de démocratie participative, comparable aux assemblées du Vermont. Les gens sont habitués à être consultés et responsabilisés. Ils sont donc mobilisables en masse.

De manière inattendue, les femmes sont plus déterminées que les hommes à porter les armes. Cela traduit l’accroissement ces dernières années de la participation féminine aux assemblées populaires. Cela reflète peut-être aussi la nonchalance qui s’était emparée des cadres de cet État socialiste à haut niveau de vie.

Chacun a conscience que tout se jouera lorsque les troupes terrestres de l’OTAN débarqueront, si elles osent le faire. La stratégie de défense est donc entièrement conçue pour dissuader un tel débarquement en mobilisant la population. Ici les soldats français, britanniques et US ne seront pas accueillies en libérateurs, mais en envahisseurs coloniaux. Ils devront affronter d’interminables combats urbains.

Les Libyens s’interrogent sur les mobiles exacts de l’OTAN. Je suis surpris de constater que c’est souvent en lisant les articles du Réseau Voltaire, traduits et repris par de nombreux sites Internet et certains journaux imprimés, qu’ils ont été informés des vrais enjeux. Il y a ici, comme partout d’ailleurs, un déficit d’information sur les relations internationales. Les gens connaissent et s’enorgueillissent des initiatives et des réalisations du gouvernement pour l’Unité africaine ou pour le Développement du Tiers-monde, mais ils ignorent bien des aspects de la politique internationale et sous-estiment la capacité de destruction de l’Empire. La guerre semble toujours lointaine jusqu’à ce que le prédateur ne vous choisissent comme proie.

Quel est donc ce succès que l’OTAN annonce imminent ? Pour le moment, le pays est coupé en deux. La Cyrénaique a été proclamée République indépendante, bien qu’on s’y prépare à restaurer la monarchie, et a été reconnue par plusieurs États, à commencer par la France. Cette nouvelle entité est gouvernée de facto par l’OTAN, mais officiellement par un mystérieux Conseil national de transition, jamais élu, et dont les membres —s’ils existent— sont secrets pour ne pas avoir à répondre de leurs actes. Une partie des avoirs libyens a été gelée et est aujourd’hui gérée pour leur plus grand profit par les gouvernements occidentaux. Une partie de la production pétrolière est commercialisée à des conditions défiant toute concurrence aux compagnies occidentales qui se goinfrent. C’est peut-être cela le succès : le pillage colonial.

En lançant des mandats d’arrêts internationaux contre Mouammar Kadhafi, son fils et le chef des services de renseignement intérieur, la Cour pénale internationale cherche à exercer une pression sur les diplomates libyens pour les contraindre à démissionner. Chacun est menacé, en cas de chute de la Jamahiriya, d’être poursuivi pour « complicité de crime contre l’humanité ». Ceux qui démissionnent laisseront une place vacante derrière eux, sans possibilité d’être remplacés. Les mandats d’arrêts ressortent donc d’une politique d’isolement du pays.

La Cour fait aussi de la communication de guerre. Elle qualifie Saif al-Islam de « Premier ministre de facto », ce qu’il n’est surement pas, mais qui donne l’impression d’un régime familial. On retrouve là le principe d’inversion des valeurs typique de la propagande US. Alors que les insurgés de Benghazi brandissent le drapeau de la monarchie Senussi et que le prétendant au trône s’impatiente à Londres, c’est la démocratie participative qui est présentée en régime dynastique.

À l’issue de ces cent premiers jours de conflit, les communiqués de l’OTAN masquent mal la déception. Les Libyens ne se sont pas soulevés contre le « régime », hormis en Cyrénaïque. Aucune solution militaire n’est en vue. Le seul moyen pour l’Alliance atlantique de sortir la tête haute à moindre frais est de se contenter de la partition du pays. Benghazi deviendrait alors l’équivalent de Camp Bondsteel, la méga-base militaire US en Europe, ayant accédé au statut d’État indépendant sous le nom de Kosovo. La Cyrénaïque serait la base qui manquait à l’Africom pour contrôler le continent noir.

Thierry Meyssan

Source :« Tripoli bombardé ne faiblit pas », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 juin 2011, www.voltairenet.org/a170637
http://www.voltairenet.org/Tripoli-bombarde-ne-faiblit-pas
 
 Thierry Meyssan
Intellectuel français, président-fondateur du Réseau Voltaire et de la conférence Axis for Peace. Il publie des analyses de politique étrangère dans la presse arabe, latino-américaine et russe. Dernier ouvrage en français : L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007).

Tripoli bombardata, non cede

Tripoli bombardata, non cede

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Tripoli (Libia) 27 giugno 2011

Un gruppo internazionale di ricercatori della Rete Voltaire è attualmente in Libia. Ha potuto visitare i luoghi dei bombardamenti. Con la fiducia delle autorità libiche, ha incontrato alcuni dei leader politici e della sicurezza, nonostante le condizioni di guerra. La loro conclusione è diametralmente opposta alle immagini trasmesse dalla stampa occidentale. Thierry Meyssan consegna le loro prime osservazioni.

Al centesimo giorno del bombardamento della Libia, la NATO ha annunciato il suo imminente successo. Tuttavia, gli obiettivi della guerra non sono chiaramente specificati, non è chiaro quale sarebbe il successo. Contemporaneamente, la Corte penale internazionale ha annunciato l’incriminazione del leader libico Muammar Gheddafi, del figlio Saif al-Islam e del capo dell’intelligence interna, Abdallah al-Sanoussi, per “crimini contro l’umanità“.
Se si fa riferimento alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, la Coalizione dei volenterosi dovrebbe stabilire una no-fly zone per evitare che le truppe del tiranno uccidano il suo stesso popolo. Tuttavia, le informazioni iniziali, in base alle quali l’aeronautica libica avrebbe bombardato le città libiche, che si erano sollevate contro il governo di Tripoli, non sono ancora state confermate, anche se sono ritenute attendibili dalla Corte penale internazionale. Tuttavia, le azioni della NATO hanno superato di gran lunga la creazione di una no-fly zone per trasformarsi in una sistematica distruzione delle forze armate nazionali, di aria, terra e mare.
Gli obiettivi della NATO sono probabilmente altri. I leader dell’Alleanza hanno citato più volte il rovesciamento del “regime” di Muammar Gheddafi, anche l’eliminazione fisica del “Fratello Leader“. I media occidentali si riferiscono a “defezioni in massa” dei quadri di Tripoli e al loro allineamento alla causa degli insorti a Bengasi, ma non possono fare nomi, ad eccezione di quelli dei politici da tempo noti per essere favorevole alla riconciliazione con Washington, come l’ex ministro degli esteri Moussa Koussa.
L’opinione pubblica internazionale è massicciamente male informata. Washington ha tagliato le trasmissioni televisive libica sul satellite Arabsat, di cui è ancora azionista la Jamahariya. Il Dipartimento di Stato non dovrebbe tardare a fare lo stesso con Nilesat.
In violazione dei suoi impegni internazionali, Washington ha rifiutato un visto per il nuovo rappresentante libico presso le Nazioni Unite. Non può venire nello Stato di New York a esporre il suo punto di vista, mentre il suo predecessore, unitosi al CNT, continua a occupare il suo posto.
Con la voce di Tripoli smorzata, è possibile diffondere qualsiasi menzogna, senza timore di smentita.
Non c’è da stupirsi visto che a Tripoli, dove è stato scritto questo articolo, i comunicati della NATO e le accuse della Corte penale internazionale sembrano irreali. L’ovest della Libia è pacifico. A volte, le sirene annunciano l’arrivo di bombardieri o missili. Seguiti subito dopo dalle esplosioni che essi provocano. Non c’è bisogno di correre ai ripari, da un lato perché il tempo è troppo breve e, secondo, perché ci sono quasi ripari.
I bombardamenti sono mirati con estrema precisione. Il munizionamento guidato colpisce gli edifici presi di mira, e in questi edifici, le parti puntate. Tuttavia, la NATO perde il controllo in volo di un un missili guidato su dieci. Questo cade alla cieca. In qualsiasi punto della città, causando morte a caso.
Se una parte degli obiettivi della NATO sono “militari“: basi e caserme; la maggior parte sono “strategiche“, vale a dire economiche. Per esempio, l’Alleanza ha bombardato la zecca della Libia, un’amministrazione civile incaricata di stampare i dinari. Oppure, i suoi commando hanno sabotato fabbriche che erano in competizione con quelle dei membri della Coalizione. Altri obiettivi sono definiti “psicologici“. Si tratta di colpire direttamente i leader politici e militari, massacrando le loro famiglie. I missili vengono poi puntato verso abitazioni private, e in particolare sulle camere da letto dei figli dei dirigenti.
L’atmosfera nella capitale e sulla costa è pesante. Ma la popolazione resta salda. I libici osservano che nessuno dei loro problemi interni giustifica il ricorso alla guerra. Indicano le rivendicazioni sociali e le questioni regionali, come esistono nei paesi europei, ma niente che dovrebbe portare a lacerare le famiglie come si sta facendo imponendo la spartizione del paese.
Di fronte alla NATO, decine di migliaia di cittadini ricchi hanno fatti le valigie e se ne sono andati a cercare rifugio nei paesi vicini, tra cui la Tunisia, lasciando ai poveri la cura per difendere il paese che li ha arricchiti. Molte aziende sono chiuse senza che nessuno sappia se si trovano ad affrontare problemi di approvvigionamento o se i loro proprietari sono fuggiti.
Come in Siria, la maggior parte degli oppositori politici fa blocco col governo per proteggere l’integrità del paese contro l’aggressione straniera. Tuttavia, alcuni libici, anonimi e invisibili, informare la NATO per individuare gli obiettivi. I loro genitori, un tempo ospitavano l’esercito coloniale italiano, ora gridano con i loro omologhi di Bengasi, “1, 2, 3, Sarkozy sta arrivando!“. Ogni nazione ha i suoi traditori e i suoi collaborazionisti.
Le atrocità commesse dai mercenari del principe Bandar in Cirenaica, hanno convinto molti esitanti. La TV mostra opere continuamente le azioni dei leader di al-Qaida in Libia, alcuni dei quali sono stati rilasciati direttamente da Guantanamo, per combattere a fianco degli Stati Uniti. Le insopportabili immagini di linciaggi e mutilazioni nelle città erette a emirati islamisti, come di moda in Afghanistan e in Iraq, da persone disumanizzate dalle torture subite ed eccitate da potenti droghe. Non è necessario essere un vecchio sostenitore della Rivoluzione di Gheddafi per supportarla oggi, di fronte agli orrori cui i jihadisti si dedicano nelle “zone liberate” dalla Alleanza [1].
Niente, da nessuna parte in Occidente suscita una rivolta o guerra civile. Nessuna barricata, né carri armati nelle strade. Su tutte le strade, le autorità hanno istituito posti di blocco ogni due chilometri. Gli automobilisti in paziente attesa saggiamente, loro stessi sono attenti a scoprire elementi infiltrati dalla NATO.
Il colonnello Gheddafi arma la popolazione. Quasi due milioni di fucili automatici sono stati consegnati ai civili. L’obiettivo è che ogni adulto, maschio o femmina, difenda la sua casa. I libici hanno imparato la lezione dell’Iraq. Saddam Hussein era seduto sull’autorità del Baath e dell’esercito, escludendo il suo popolo dalla vita politica. Quando il partito fu decapitato e qualche generale disertò, il governo crollò improvvisamente lasciando il paese senza resistenza e nel caos. La Libia è organizzata secondo un sistema unico di democrazia partecipativa, paragonabile alle assemblee del Vermont. La gente è abituata ad essere consultata e responsabile. Si è dunque mobilitata in massa.
Inaspettatamente, le donne sono più determinate degli uomini nel portare le armi. Ciò riflette l’incremento negli ultimi anni della partecipazione delle donne alle assemblee popolari. Ciò riflette forse, anche la disinvoltura che ha colpito i quadri di questo Stato socialista dallo standard di vita elevato.
Tutti sanno che tutto verrà deciso quando le truppe di terra della Nato sbarcheranno, se oseranno farlo. La strategia di difesa è interamente concepita per scoraggiare uno sbarco, mobilitando la popolazione. Qui i soldati francesi, inglesi e statunitensi non saranno accolti come liberatori, ma come invasori coloniali. Dovranno affrontare infiniti combattimenti urbani.
I libici s’interrogano sulle mosse esatte della NATO. Mi sorprende constatare che spesso leggendo gli articoli di Voltaire, tradotti e ripreso da molti siti web e alcuni giornali, che sono informati sui reali problemi. C’è qui, come dappertutto, una mancanza di informazioni sulle relazioni internazionali. La gente sa e s’inorgoglisce delle iniziative e dei risultati del governo per l’Unità africana o per lo sviluppo del Terzo Mondo, ma ignorano molti aspetti della politica internazionale e sottovalutano il potere distruttivo dell’impero. La guerra sembra ancora lontano, fino a quando il predatore si vi sceglie come preda.
Che cos’è questo successo che la NATO annuncia imminente? Per ora, il paese è diviso in due. La Cirenaica è stata proclamata repubblica indipendente, anche se si sta preparando a ristabilire la monarchia, ed è stata riconosciuto da diversi stati, a partire dalla Francia. Questa nuova entità è governata, di fatto, dalla NATO, ma ufficialmente da un misterioso Consiglio di Transizione Nazionale, non eletti, e i cui membri, se esistono, sono segreti per non essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Una parte dei beni libici sono stati congelati ed ora sono gestiti, a loro massimo beneficio, dai governi occidentali. Parte della produzione di petrolio viene venduta a condizioni molto competitive alle società occidentali che ne fanno incetta. E’ forse questo il successo: il saccheggio coloniale.
Emettendo mandati di arresto internazionali contro Muammar Gheddafi, suo figlio e il capo dell’intelligence nazionale, la Corte penale internazionale sta cercando di mettere sotto pressione i diplomatici libici, per costringerli a dimettersi. Tutti sono a rischio, in caso di caduta della Libia, di essere perseguiti per “complicità in crimini contro l’umanità“. Quelli che si dimettono lasceranno un vuoto dietro di loro, senza alcuna possibilità di essere sostituiti. I mandati di arresto, quindi, emergono da una politica di isolamento del paese.
La Corte fa anche comunicazione di guerra. Ha definito Saif al-Islam “il primo ministro de facto“, cosa che certamente non è vera, ma dà l’impressione di un regime familistico. Vi si ritrova il principio d’inversione dei valori, tipico della propaganda statunitense. Mentre i ribelli di Bengasi brandiscono la bandiera della monarchia Senussi e il pretendente al trono si spazientisce a Londra, è la democrazia partecipativa che viene presentata come un regime dinastico.
Dopo i primi cento giorni di guerra, la stampa della NATO a malapena nasconde la delusione. I libici non sono insorti contro il “regime“, tranne in Cirenaica. Nessuna soluzione militare è in vista. L’unica via per l’Alleanza atlantica di uscire a testa alta a buon mercato, è quella di dividere semplicemente il paese. Bengasi diventerebbe l’equivalente di Camp Bondsteel, la mega base militare statunitense in Europa, avendo acquisito lo status di stato indipendente come Kosovo. La Cirenaica sarà la base che mancava ad AFRICOM per controllare il continente.

[1] Suppongo che queste osservazioni possano sorprendere il lettore. Réseau Voltaire tornerà in dettaglio nei prossimi articoli.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Original font link: http://www.voltairenet.org/Tripoli-bombarde-ne-faiblit-pas

Verità su Al-Qaida e la “ribellione” libica

Al-Qaida e la ribellione libica

Un nuovo rapporto spiega la connessione

Joseph Rosenthal, National Review, 23 giugno 2011

Un nuovo rapporto di due think tank francesi conclude che i jihadisti hanno giocato un ruolo predominante nella ribellione della Libia orientale contro il governo di Muammar Gheddafi, e che i “veri democratici” rappresentano solo una minoranza della ribellione. Il rapporto, inoltre, mette in discussione le giustificazioni addotte per l’intervento militare occidentale in Libia, sostenendo che essi sono in gran parte basati su esagerazioni dei media e su “una sfacciata disinformazione.”
Gli sponsor del rapporto sono il Centro Internazionale di Ricerca e Studio sul Terrorismo e di Aiuto alle Vittime del Terrorismo (CIRET-AVT) e il Centro francese per la ricerca sull’Intelligence (CF2R) di Parigi. Le organizzazioni hanno inviato una missione di sei esperti in Libia per valutare la situazione e consultarsi con i rappresentanti di entrambi i lati del conflitto. Dal 31 marzo al 6 aprile, la missione ha visitato la capitale libica Tripoli e la regione della Tripolitania, dal 19 aprile al 25 aprile ha visitato la capitale dei ribelli Bengasi e la regione circostante della Cirenaica, nella parte orientale della Libia.
Il rapporto individua quattro fazioni tra i membri del Consiglio nazionale di transizione (NTC) libico orientale. A parte una minoranza di “veri democratici“, le altre tre fazioni comprendono partigiani della restaurazione della monarchia, che fu rovesciata da Gheddafi nel 1969, estremisti islamici che cercano di creare uno stato islamico, ed ex dignitari del regime di Gheddafi che hanno disertato presso i ribelli, per ragioni opportunistiche o altre. Vi è una chiara sovrapposizione tra gli islamisti e i monarchici, nella misura in cui il deposto re Idris I stesso era il capo della fratellanza Senussi, che gli autori descrivono come una “setta musulmana anti-occidentale che pratica una forma austera e conservatrice dell’Islam.” I monarchici sono quindi, più precisamente, “monarco-fondamentalisti“.
Il più noto dei disertori, il presidente del CNT, Mustafa Abdul Jalil, è anche descritto dagli autori come un “tradizionalista” che è “sostenuto dagli islamisti.” Gli autori sottolineano che Jalil ha svolto un ruolo importante nell'”affare delle infermiere bulgare“, così chiamato per le cinque infermiere bulgare che, insieme a un medico palestinese, sono stati accusati di aver volontariamente infettato centinaia di bambini affetti da AIDS, in un ospedale di Bengasi. Come presidente della Corte d’Appello a Tripoli, per due volte Jalil ha confermato la pena di morte per le infermiere. Nel 2007, le infermiere e il medico palestinese sono stati rilasciati dal governo libico, a seguito dei negoziati in cui l’allora moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy, Cecilia, ha giocato un ruolo molto pubblicizzato.
Il rapporto descrive i membri del Gruppo combattente islamico libico, affiliato ad al-Qaida, come “il pilastro principale dell’insurrezione armata.” “Così, la coalizione militare sotto la guida della NATO, sta sostenendo una ribellione che comprende terroristi islamici,” scrivono gli autori. Alludendo al ruolo di primo piano svolto dalla regione Cirenaica nella fornitura di reclute ad al-Qaida in Iraq, aggiungono, “Nessuno può negare che i ribelli libici, che sono oggi sostenuti da Washington, ieri erano solo dei jihadisti che uccidevano soldati statunitensi in Iraq“.
La composizione completa del CNT non è stata resa pubblica. Ma, secondo gli autori, un dichiarato reclutatore di al-Qaida, Abdul-Hakim al-Hasadi, è egli stesso un membro del CNT. (Su al-Hasadi, vedasi il mio report del 25 marzo) Al-Hasadi è descritto dagli autori come “il leader dei ribelli libici.” Anche se i media occidentali, comunemente dicono che lui si occupa della difesa della sua città natale, Derna, nella parte orientale della Libia, il rapporto CIRET-CF2R indica che a metà aprile, al-Hasadi lasciò la Cirenaica per via marittima, per partecipare alla battaglia di Misurata. Si suppone che ha preso le armi assieme a 25 “combattenti ben addestrati“. Misurata è nella Libia occidentale, a soli 135 miglia da Tripoli.
Per quanto riguarda gli effetti di un intervento militare occidentale a sostegno dei ribelli, gli autori concludono:
L’intervento occidentale è in procinto di creare più problemi di quanti ne risolva. Una cosa è forzare Gheddafi a lasciare. E un’altra cosa è diffondere il caos e la distruzione in Libia, a tal fine preparare il terreno per l’Islam fondamentalista. La mossa attuale rischierebbe di destabilizzare tutto il Nord Africa, il Sahel e il Medio Oriente, favorendo l’emergere di una nuova base regionale per l’Islam radicale e il terrorismo.
Quelle che seguono sono alcune evidenze ulteriormente tradotte dal rapporto CIRET-CF2R. Il rapporto completo è disponibile in francese qui.

Sulla battaglia di Misurata:
A poco a poco, la città sta cominciando ad apparire come una versione libica di Sarajevo agli occhi del mondo “libero“. I ribelli di Bengasi sperano che una crisi umanitaria a Misurata convincerà la coalizione occidentale a dispiegare truppe di terra per salvare la popolazione. … Nel corso del mese di aprile, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha pubblicato le cifre delle vittime relative a Misurata che rivelano che, contrariamente a quanto sostenuto dai media internazionali, le forze lealiste di Gheddafi non hanno massacrato gli abitanti della città. Nel corso di due mesi di ostilità, solo 257 persone – tra cui combattenti – sono state uccise. Tra i 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – erano donne. Se le forze del regime avevano deliberatamente preso di mira i civili, le donne hanno rappresentato circa la metà delle vittime. E’ dunque ormai evidente che i leader occidentali – in primis, il presidente Obama – hanno grossolanamente esagerato il rischio umanitario, al fine di giustificare la loro azione militare in Libia. Il vero interesse di Misurata risiede altrove. … Il controllo di questo porto, a soli 220 chilometri da Tripoli, fornirebbe una base ideale per lanciare un offensiva terrestre contro Gheddafi.

Su Bengasi e la regione Cirenaica:
Bengasi è ben conosciuta come un focolaio di estremismo religioso. La regione Cirenaica ha una lunga tradizione islamica che risale alla fratellanza Senussi. Il fondamentalismo religioso è molto più evidente qui che nella parte occidentale del paese. Le donne sono completamente velate dalla testa ai piedi. Non possono guidare veicoli e la loro vita sociale è ridotta al minimo. Gli uomini con la barba predominano. Spesso hanno la macchia nera della piétas sulla fronte [il “zebibah“,
che si forma con la ripetuta prostrazione durante le preghiere
musulmane].
Si tratta di un fatto poco noto che Bengasi sia diventata, negli ultimi 15 anni, l’epicentro delle migrazioni africane verso l’Europa. Questo traffico di esseri umani è stato trasformato in una vera e propria industria, generando miliardi di dollari. Strutture mafiose parallele si sono sviluppate in città, dove il traffico è saldamente impiantato e impiega migliaia di persone, mentre corrompe poliziotti e funzionari pubblici. E’ stato solo un anno fa che il governo libico, con l’aiuto dell’Italia, è riuscito a portare questo tumore sotto controllo.
Dopo la scomparsa della sua principale fonte di entrate e l’arresto di numerosi suoi capi, la mafia locale ha preso il comando finanziando e sostenendo la ribellione libica. Numerose bande e membri della malavita della città sono noti per avere condotto spedizioni punitive contro i lavoratori migranti africani, a Bengasi e nella zona circostante. Dall’inizio della ribellione, diverse centinaia di lavoratori migranti – sudanesi, somali, etiopi ed eritrei – sono stati derubati e uccisi dalle milizie ribelli. Questo fatto è stato accuratamente nascosto dai media internazionali.

Sui “mercenari” africani e i tuareg:
Uno dei più grandi successi [della politica africana di Gheddafi] è stata la sua “alleanza” con i tuareg [una popolazione tradizionalmente nomade presente nella
regione del Sahara], che ha attivamente finanziato e sostenuto quando il loro movimento è stato represso in Mali, negli anni ’90. … Nel 2005, Gheddafi ha accordato un permesso di soggiorno illimitato a tutti i tuareg del Mali e Nigeria in territorio libico. Poi, nel 2006, ha invitato tutte le tribù della regione del Sahara, tra cui le tribù tuareg, a formare una entità comune per opporsi al terrorismo e al traffico di droga. … È per questo che centinaia di combattenti provenienti da Niger e Mali aiutano Gheddafi [dopo lo scoppio della
ribellione]. A loro avviso, erano in debito con Gheddafi e avevano l’obbligo di farlo… Molte cose sono state scritte sui “mercenari” al servizio delle forze di sicurezza libiche, ma pochi di esse sono accurate. … Negli ultimi anni, degli stranieri sono stati reclutati [nell’esercito libico]. Il fenomeno è del tutto paragonabile al fenomeno che si osserva a tutti i livelli della vita economica libica. Vi è una popolazione molto ampia di lavoratori stranieri in cerca di occupazione nel paese. La maggior parte delle reclute originariamente provengono da Mali, Ciad, Niger, Congo e Sudan. …
Le informazioni provenienti dalle fonti dei ribelli, sulla presunta intrusione straniera [cioè i mercenari] sono vaghe e devono essere trattate con cautela. … D’altra parte, è un fatto provato – e la missione è stata in grado di confermarla -, che i tuareg del Niger sono venuti a Tripoli per offrire il loro sostegno a Gheddafi. Lo hanno fatto spontaneamente e per un senso di debito. Sembra che i libici di origine straniera e i volontari genuini provenienti da paesi stranieri vengono deliberatamente confusi [nelle relazioni sui “mercenari“]. Qualunque sia il numero effettivo [di combattenti stranieri], costituiscono solo una piccola parte delle forze libiche.

Sul ruolo dei media internazionali:
Fino alla fine di febbraio, la situazione nella parte occidentale della città libica era estremamente tesa e ci sono stati scontri – più che in oriente. Ma la situazione è stata oggetto di esagerazione e di una vera e propria disinformazione mediatica. Ad esempio, un rapporto secondo cui aerei libici hanno bombardato Tripoli è completamente inesatto: Nessuna bomba libica è caduta sulla capitale, anche se sanguinosi scontri sembrano avere avuto luogo in alcuni quartieri. … Le conseguenze di questa disinformazione sono chiare. La risoluzione delle Nazioni Unite [mandato d’intervento] è stata approvato sulla base di tali resoconti dei media. Nessuna commissione di indagine è stata inviata nel paese. Non è esagerato dire che le segnalazioni sensazionaliste di al-Jazeera abbiano influenzato le Nazioni Unite.

Sull’insurrezione a Bengasi:
Non appena le proteste sono iniziate, gli islamisti e i criminali hanno immediatamente approfittato della situazione per attaccare carceri di massima sicurezza, presso Bengasi, dove i loro compagni erano detenuti. Dopo la liberazione dei loro leader, la ribellione ha attaccato stazioni di polizia ed edifici pubblici. I residenti della città si sono svegliati vedendo i cadaveri dei poliziotti appesi dai ponti. Numerose atrocità furono ugualmente commesse contro i lavoratori africani, che sono stati tutti trattati come “mercenari“. Lavoratori africani sono stati espulsi, uccisi, imprigionati e torturati.

Sull’insurrezione a Zawiya (una città nella parte occidentale della Libia):
Durante le tre settimane [in cui la città era controllata dai ribelli], tutti gli edifici pubblici sono stati saccheggiati e dati alle fiamme. … Ovunque vi erano distruzione e saccheggio (di armi, denaro, archivi). Non c’era traccia di combattimenti, cosa che conferma la testimonianza della polizia [che afferma di aver ricevuto ordine di non
intervenire]. … Furono anche commesse atrocità (donne che sono state violentate, e alcuni agenti di polizia che sono stati uccisi), così come vittime civili durante queste tre settimane. … Le vittime sono state uccise nella maniera usata dal GIA algerino [Gruppo islamico
armato]: gole tagliate, occhi cavati fuori, braccia e gambe amputate, a volte i corpi sono stati bruciati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Original font: http://www.nationalreview.com/articles/print/270293

Libya: War News 27/6/2011

Damage Statistics-Statistiche Danni

LIBYAN GOVERNMENT STATISTICS ON SOME OF THE DAMAGE CAUSED BY NATO BOMBING

STATISTICHE DEL GOVERNO LIBICO SU ALCUNI DANNI CAUSATI DAI BOMBARDAMENTI NATO

Libyan general Comunication Authority: Damages of the Libyan communications systems due to Armed Militias burglary, destroy & crusader aggression (Power Point Document:  7.6 MB)

click on the picture above to watch the Power Point Doc (7.6 MB)
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Details of the financial damages due to theft or bombard during the recent events

click on the picture above to enlarge it

Chossudovsky: You Don’t Come to the Rescue of Citizens by Bombing Them!

Potremmo presto vedere in giro scarponi militari americani…

Un’intervista a Michel Chossudovsky: “Libya: We Might Soon See American Boots on Ground”

Secondo Michel Chossudovsky, del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione, con sede in Canada, diversi segnali ci indicano che presto potremmo vedere anfibi militari americani calcare il suolo libico.
“A questo livello strategico NATO, in consultazione con il Pentagono, si sta preparando una nuova fase di questa guerra: in altre parole, il processo evolutivo delle operazioni militari potrebbe portare ad uno sbarco USA e dei Commando Militari della NATO sul suolo libico”, ha detto Chossudovsky. “In altre parole, essi sono in procinto di cambiare i termini di riferimento della cosiddetta “zona di interdizione al volo” e intraprendere una guerra di terra.”
“Ora essi hanno spostato l’accento dai bombardamenti aerei alle operazioni in elicottero, nonché alle operazioni in  bassa quota sopra la Libia, che ovviamente sarebbero di supporto ad operazioni di terra”, ha aggiunto Michel  Chossudovsky. “Quindi, questo sviluppo è molto inquietante e certamente indica un’escalation di attività militari”.


Fonte in lingua originale trasmessa da RT (Russia Today), 2 giugno 2011
http://rt.com/news/usa-nato-libya-operation-syria/

Traduzione a cura di Webnostrum.com

http://www.webnostrum.com/2011/06/03/libia-potremmo-presto-vedere-in-giro-scarponi-militari-americani/

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