A Bani Walid e Sirte la Nato getta la maschera… d’ipocrisia

A Bani Walid e Sirte la Nato getta la maschera… d’ipocrisia

Le battaglie contro le ultime roccaforti dei lealisti libici sembrano rivelarsi più dure del previsto per i ribelli che, nonostante le forze schierate intorno a Bani Walid e Sirte, subiscono i contrattacchi delle truppe fedeli a Gheddafi. Ancora una volta la pochezza militare degli insorti viene rinforzata in modo decisivo dai jet e dagli elicotteri della Nato, soprattutto francesi e britannici, che stanno martellando da diversi giorni le postazioni lealiste nelle due città.

Questi raid hanno permesso alle brigate del Consiglio Nazionale di Transizione di penetrare nell’abitato di Bani Walid per poi ritirarsi precipitosamente per “consentire alle forze della Nato di bombardare le postazioni dei miliziani del rais come ha riferito la televisione dei ribelli Libia Libera. Sabato il centro della città (100 mila abitanti) è stato scosso da diverse forti esplosioni e se i ribelli si sono ritirati per non rischiare di essere colpiti da bombe e missili degli aerei significa che l’attacco è stato massiccio e condotto con armi ad alto potenziale.

Nei raid contro gli ultimi bastioni lealisti, la Nato però dovrebbe gettare la maschera d’ipocrisia con la quale ha coperto le oltre 22 mila missioni condotte da fine marzo delle quali quasi 8.500 d’attacco. L’intervento internazionale in Libia è stato infatti giustificato con la necessità di “proteggere i civili”, come specifica la Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, ovviamente dagli uomini di Gheddafi accusati di reprimere la rivolta (armata) scoppiata in Cirenaica.

Giustificazione traballante che non ha mai convinto neanche i più ingenui (neppure quando il comando Nato ha battezzato i raid Operazione Unified Protector) ma che poteva avere una qualche legittimità quando l’artiglieria di Gheddafi colpiva città che si erano ribellate come Misurata, Zlitan, Zawya. Ora però la situazione si è rovesciata: la popolazione di Sirte e Bani Walid non si è ribellata al Colonnello e appartiene a clan e tribù fedeli al regime e rivali di quelle che guidano il Cnt.

La missione della Nato, che impone di “proteggere i civili”, dovrebbe quindi colpire le forze dei ribelli che assediano le città e non gli assediati che hanno subito negli ultimi giorni oltre 50 raid da attacco al giorno. Pare quindi evidente che in Libia ci sono cittadini di serie A e B. I primi sono contro Gheddafi e possono contare sui raid “protettivi” della Nato, i secondi sono filo-Gheddafi ma le bombe dei nostri jet li aiuteranno a cambiare idea.

Mosca accusa l’Alleanza Atlantica di aver forzato la risoluzione dell’Onu ma a Bruxelles non hanno esitato a ribadire che la “Nato è pronta, se sarà necessario, ad estendere la durata della missione in Libia oltre la scadenza del 26 settembre” come ha riferito una fonte militare qualificata. Ridicola e bugiarda la motivazione di estendere la missione “fino a quando esisterà una minaccia contro la popolazione civile” poiché “ci sono aree in cui le forze del regime continuano ad attaccare”. In realtà a Sirte e a Bani Walid le forze lealiste sono sulla difensiva e in ogni caso colpiscono le milizie ribelli non certo i civili che, almeno in quelle zona, stanno dalla loro parte.

Gianandrea Gaiani, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa, collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane

Fonte: Blog.Panorama.it

Comments are closed.