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Il Business della Guerra alla Libia

Libia, affari di guerra (sporca)

26 agosto 2011 – PeaceReporter.net

Lunedì, dopo l’ingresso dei ribelli a Tripoli, precipita il prezzo dell’oro e schizzano i titoli di banche e aziende petrolifere che, come Unicredit e Eni, hanno interessi nel Paese e che hanno finanziato i ribelli. Sui quali pesa l’incognita di Al Qaeda

Lunedì 22 agosto, alla riapertura dei mercati dopo la notizia dell’ingresso dei ribelli a Tripoli, si sono verificati eventi che la dicono lunga sui veri scopi di questa ennesima guerra neocolonialista mascherata da intervento umanitario.

Quel giorno il prezzo dell’oro è iniziato a scendere dopo mesi di inarrestabile e costante rialzo. Toccando ogni giorno un nuovo ‘record storico’, il metallo giallo era arrivato a sfiorare la quotazione astronomica di 1900 dollari l’oncia. Da lunedì è iniziato un deprezzamento mai visto negli ultimi mesi: in pochi giorni la quotazione è precipitata a 1700 dollari l’oncia. La certezza di poter mettere le mani sulle 144 tonnellate di lingotti d’oro conservati nei forzieri della banca centrale libica (nella foto) sembra aver placato sete dei mercati.

Sempre lunedì, dopo giorni di crolli in borsa che nulla sembrava in grado di arrestare, le notizie provenienti da Tripoli hanno messo le ali agli scambi e le piazze affari di tutta Europa hanno chiuso con il segno più. A trascinare in alto i listini sono stati soprattutto i titoli energetici e bancari.
La caduta di Gheddafi rimette sul mercato le principali riserve energetiche del continente africano (60 miliardi di barili di greggio e 1.500 miliardi di metri cubi di gas naturale), 150 miliardi di dollari di ‘asset finanziari’ (quote di grandi banche straniere e azioni di aziende multinazionali) e commesse miliardarie che la guerra ha bloccato.

Imbarazzante l’euforia mostrata lunedì dai titoli delle aziende e della banche italiane con maggiori interessi in Libia: Eni +6 per cento, Saras +6 per cento, Ansaldo +6 per cento, Telecom +4 per cento, Unicredit +3 per cento. Frutti di veri e propri ‘investimenti di guerra’, come i 300 e i 150 milioni di euro che Unicredit e Eni hanno rispettivamente donato ai ribelli libici.

Ribelli su cui, tra l’altro, rimangono inquietanti punti interrogativi. Il fronte anti-regime comprende infatti anche combattenti delle cellule libiche di Al Qaeda, in particolare del Gruppo di Combattimento Islamico della Libia (Lifg), creato negli anni ’90 dai servizi segreti occidentali (Cia e Mi6) proprio allo scopo di assassinare o rovesciare Gheddafi e composto da veterani della guerra contro i sovietici in Afghanistan.

La presenza di questi integralisti tra i ribelli, poco pubblicizzata ma nota fin dalle prime fasi di questa guerra, è stata liquidata dalla stampa occidentale come marginale e non preoccupante. Molti, però, hanno cambiato idea dopo l’uccisione del comandante militare dei ribelli, l’ex generale nazionalsita libico Abdul Fatah Younis, da parte di mujaheddin della brigata islamica Abu Obeida Al Jarrah (nella foto, un veicolo con le sue insegne a Tripoli). Il suo posto è stato preso da Khalifa Belqasim Haftar, ex agente della Cia che fino a pochi mesi fa viveva a Langley, in Virginia.

Enrico Piovesana – PeaceReporter.net

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