Category Archives: International Law

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Zintan “rebels” arrested Saif ICC defence lawyers – “Ribelli” di Zintan arrestano avvocati ICC di Saif

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* Yesterday “rebels” from Zintan arrested Melinda Taylor (one of the lawyers appointed by ICC to defend Saif) and other 3 officials from ICC who came in Libya to visit Saif. Local officials accused her of trying to pass to … Continue reading

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Seif al-Islam Gaddafi and the Fight behind the Scene over His Fate – La lotta dietro le quinte per il destino di Seif al-Islam (ENG-ITA)

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* Seif al-Islam Gaddafi and the Fight behind the Scene over His Fate by Alexander MEZYAEV The legal proceedings against Seif al-Islam, the son of Muammar Gaddafi, have developed into an unusual situation, that has had no precedents in the … Continue reading

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Responsibility to protect: the “liberation” of Sirte

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According to NATO  figures, coalition aircraft delivered 415 key strikes on the town of Sirte between Sunday 28th August and Thursday 20th October. We have compared this to the bombing of Guernica and other comparisons have been made to the … Continue reading

L’attacco alla Libia e il diritto internazionale

L’attacco alla Libia e il diritto internazionale

Curtis Doebbler – “Al Ahram Weekly”

Il 19 Marzo del 2011 alcune nazioni occidentali hanno dato inizio al terzo conflitto armato internazionale contro un paese musulmano nell’ultima decade. Si sono dannate per affermare che l’uso della forza contro la Libia era legale, ma un’applicazione del diritto internazionale riguardo ai fatti indica che in realtà l’uso della forza è illegale.

Questo breve commento valuta l’utilizzo della forza contro la Libia, iniziando dalla Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che presumibilmente lo autorizza e l’eventuale attacco contro il popolo della Libia.

I FATTI: A differenza delle manifestazioni non violente in Egitto, Tunisia, Bahrain, Yemen ed altrove nel mondo arabo, le manifestazioni iniziate in Libia il 17 di Febbraio sono degenerate in pochi giorni in una guerra civile. Entrambe le parti avevano tank, cacciabombardieri, armi antiaeree e artiglieria pesante. Le forze governative consistevano principalmente di militari addestrati, mentre l’opposizione armata consisteva di soldati disertori e numerosi civili che avevano preso le armi.

Il livello della forza a disposizione di ognuna delle parti è indicato dai fatti che sarebbero avvenuti sabato 19 Marzo, in cui sia un aereo da combattimento governativo sia uno dell’opposizione sarebbero stati abbattuti vicino Bengasi. Nella misura in cui la guerra civile aumentava di intensità, la comunità internazionale ha considerato di agire in appoggio all’opposizione armata. Il 17 Marzo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione 1973. E in 42 ore è iniziato un attacco contro le truppe del governo libico diretto, secondo il ministro della Difesa britannico William Hague, a uccidere il presidente libico.

Attorno alle 12 dell’ora locale a Washington, DC, sabato 19 Marzo, cacciabombardieri francesi hanno lanciato attacchi contro obiettivi descritti come tank e sistemi di difesa aerea. Alcune ore dopo, le navi da guerra statunitensi hanno iniziato a lanciare missili cruise contro obiettivi libici.

Sebbene paesi arabi e musulmani si erano aggiunti alla coalizione contro il loro vicino arabo e musulmano, nessuno di essi ha partecipato realmente ai bombardamenti mediante l’invio di aerei. Immediatamente dopo l’inizio degli attacchi aerei, Russia, Cina e il segretario generale della Lega Araba, l’egiziano Amr Moussa, hanno condannato la perdita di vite civili causata dai bombardamenti.

Malgrado le smentite dell’intenzione di colpire la guida libica, sono stati attaccati le residenze ed i complessi utilizzati dal colonnello Muamar Gheddafi. Dopo il primo giorno di bombardamenti diverse decine di civili, inclusi donne e bambini, sono stati uccisi.

Gli attacchi hanno avuto luogo dopo l’adozione della Risoluzione 1973 da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come risposta a questa risoluzione il governo libico ha dichiarato ufficialmente un cessate il fuoco nella guerra civile che conduceva contro i ribelli armati con base a Bengasi. La Libia ha annunciato inoltre di aver chiuso il proprio spazio aereo. I dirigenti occidentali hanno reagito davanti a queste azioni del governo libico affermando che non era possibile credervi e argomentando che i combattimenti continuavano. Fonti libiche confermavano infatti che la guerra civile continuava ed entrambe le parti continuavano ad attaccarsi reciprocamente.

LA RISOLUZIONE 1973 DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU: La Risoluzione 1973 è stata adottata secondo il Capitolo VII della Carta dell’ONU con 10 voti a favore, nessuno contrario e cinque astensioni. A favore hanno votato i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza: USA, Gran Bretagna, Francia e i membri non permanenti Bosnia Erzegovina, Colombia, Gabon, Libano, Nigeria, Portogallo e Sudafrica. Astenuti i membri permanenti Russia e Cina e i membri non permanenti Germania, Brasile e India.

La risoluzione è stata adottata giovedì 17 Marzo, alle 18.30 ora locale a New York. L’ambasciatrice USA Susan Rice l’ha descritta come un rafforzamento delle sanzioni e della proibizione dei viaggi imposta prima della Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza. E’ stata promossa dai governi di Francia e Regno Uniti, ma con una forte presenza degli USA, i quali hanno tirato le fila da dietro.

Nella riunione del Consiglio di Sicurezza era presente il nuovo ministro degli Esteri francese Alain Juppé. Sebbene come ex primo ministro non fosse nuovo all’ONU, era giunto a questa carica solo alcune settimane dopo che il suo predecessore era stato rimpiazzato per aver accettato favori da un imprenditore libico, e solo alcuni giorni dopo che il suo governo era diventato il primo governo occidentale ad aver riconosciuto le forze combattenti contro il governo nella guerra civile libica come legittimi rappresentanti del popolo libico.

Il governo libico non ha avuto un proprio rappresentante nella riunione dopo che al suo ambasciatore ufficiale, l’ex presidente dell’Assemblea Generale Ali Abdel-Salam Treki, era stato negato l’ingresso negli Stati Uniti. Comunque, sebbene ufficialmente fosse stato rimosso dal suo incarico più di una settimana prima di esser passato all’opposizione, l’ex rappresentante permanente aggiunto Ibrahim Dabbashi era presente nell’operazione mediatica del Consiglio di Sicurezza del mercoledì per rilasciare una dichiarazione e rispondere alle domande.

La Risoluzione 1973 contiene 29 paragrafi operativi divisi in otto sezioni. La prima sezione esige nel suo primo paragrafo un “cessate il fuoco immediato” e il rispetto del diritto internazionale comprendente “un passaggio rapido e senza impedimenti degli aiuti umanitari”.

Un curioso secondo paragrafo operativo indicava la necessità di “intensificare gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi” e passa a qualificare ciò come una risposta “alle legittime richieste del popolo libico” conducendo a “le riforme politiche necessarie per trovare una soluzione pacifica e sostenibile”. Un linguaggio tanto vago non risponde alla domanda di quali richieste legittime bisognerebbe soddisfare e quali riforme politiche siano necessarie. Legalmente queste richieste appaiono anche un’ingerenza diretta negli affari interni della Libia in violazione dell’Articolo 2 (7) della Carta dell’ONU, che tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza devono rispettare secondo l’Articolo 25 della Carta. Questa discrepanza apparentemente inconciliabile alimenta la speculazione secondo la quale la risoluzione è un altro esempio di politiche che rifiutano il rispetto del diritto internazionale.

I paragrafi 4 e 5 hanno a che vedere con la protezione di civili, e quest’ultimo si concentra sulla responsabilità regionale della Lega Araba.

La parte operativa più ampia della risoluzione è dedicata poi alla creazione di una zona di interdizione al volo (no-fly zone) nei paragrafi 6 fino al 12. L’Articolo 6 crea la zona di interdizione aerea “di tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya Araba Libica con il fine di aiutare a proteggere i civili”. Il paragrafo 7 enumera poi le varie eccezioni umanitarie.

E’ il paragrafo 8 quello sul quale si concentrerà forse l’attenzione della maggioranza degli avvocati internazionali, giacché menziona che gli Stati potranno “prendere tutte le misure necessarie per imporre l’attuazione della proibizione di voli”. L’uso del termine “tutte le misure necessarie” apre la porta all’uso della forza. Allo stesso tempo, l’uso della forza è limitato all’imposizione della zona di interdizione aerea e non si estende all’intenzione di uccidere la guida libica o ad appoggiare una parte nel conflitto armato, sebbene il fatto che venga impedito al governo libico l’utilizzo della sua forza aerea favorisce evidentemente l’opposizione armata.

Il paragrafo 8 è inusuale perché sembra che autorizzi l’uso della forza secondo il Capitolo VII senza applicare nessuna delle salvaguardie per l’uso della forza che vengono menzionate nell’Articolo 41. Non vi è nessuna dichiarazione che misure diverse da quelle includenti l’utilizzo della forza siano fallite. Di fatto, la Risoluzione 1973 è stata adottata dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e l’Unione Africana avevano deciso di inviare missioni per contribuire ad una soluzione pacifica, ma prima che qualcuna di queste missioni potesse visitare la Libia. Inoltre, la Risoluzione 1973 è stata adottata dopo che l’offerta di rinuncia e abbandono del paese con la sua famiglia del dirigente libico è stata rifiutata dall’opposizione armata senza lasciare un margine ai negoziati.

I paragrafi dal 13 al 16 richiedono un embargo di armi e “deplorano il continuo flusso di mercenari” verso la Libia. Nel farlo, il paragrafo 13 decide che il paragrafo 11 della Risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza debba essere rimpiazzato da un nuovo paragrafo che “autorizza gli Stati Membri ad utilizzare tutte le misure commisurate alle circostanze specifiche per realizzare tali ispezioni”. Questo linguaggio indica nuovamente che si potrà utilizzare la forza contro le imbarcazioni sospettate di trasportare armi alla Libia in violazione dell’embargo.

Nei paragrafi 17 e 18 si richiede che gli Stati neghino l’autorizzazione al decollo, atterraggio e sorvolo a “qualsiasi aeroplano registrato nella Jamahiriya Araba Libica o che sia di proprietà o operi per conto di cittadini o compagnie libiche”. Sebbene dichiari chiaramente che queste misure non riguarderanno i voli umanitari, indubbiamente li complicheranno.

I paragrafi dal 19 al 21 estendono il congelamento dei beni imposto dai paragrafi 17, 19, 20 e 21 della Risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza [CSONU] a “tutti i fondi, altri attività finanziarie e risorse economiche” che sono “di proprietà o sono controllati, direttamente o indirettamente, dalle autorità libiche…o da individui o entità che agiscono per loro conto o diretti da esse”. I paragrafi seguenti, 22 e 23, ampliano le restrizioni di viaggi e il congelamento dei beni della Risoluzione 1970 (2011) a tutti gli individui in due annessi. Nel farlo, questi paragrafi impediscono essenzialmente che i membri della famiglia di Muamar Gheddafi escano dalla Libia e li obbligano effettivamente a combattere l’opposizione armata.

Il paragrafo 24 crea un nuovo organismo, una “commissione di esperti”, per assistere il comitato creato nella Risoluzione 1970 del CSONU a “riunire, esaminare e analizzare informazioni di Stati, organismi rilevanti delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e altre parti interessate all’implementazione delle misure” nella Risoluzione 1970 del CSONU, per “fare raccomandazioni…migliorare l’applicazione delle misure rilevanti”, e “fornire al comitato un rapporto provvisorio sul proprio lavoro non oltre 90 giorni dalla nomina della commissione e, e un rapporto finale del consiglio non più tardi di 30 giorni prima del termine del suo mandato con i suoi risultati e raccomandazioni”.

Il paragrafo 27 dice che tutti gli Stati “inclusa la Jamahiriya Araba Libica, dovranno adottare le misure necessarie per assicurare che non vi siano resclami… in relazione ad ogni contratto o transazione la cui esecuzione sia accertata con ragione dalle misure adottate dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1970 (2011), dalla presente risoluzione e dalle risoluzioni connesse.”

Infine, nel penultimo paragrafo 29, il Consiglio “decide di continuare ad occuparsi attivamente della questione”.

PERCEZIONI PUBBLICHE: Da quando la risoluzione ha raggiunto il dominio pubblico, i tabloid e periodici ‘seri’ britannici stavano già chiamando il mondo alla guerra. I francesi avevano già convocato una riunione descritta come di pianificazione per l’uso della forza. E mentre il presidente degli USA rimaneva cautamente ambiguo, altri responsabili statunitensi chiamavano apertamente all’intervento militare in quella che da ora diventava una guerra civile in Libia.

Nella furia emotiva sembra che ci si sia dimenticati del diritto internazionale. Un commentatore della BBC è arrivato a suggerire che l’appoggio politico ad una zona di interdizione aerea da parte della Lega Araba costituisce una giustificazione legale per l’utilizzo della forza. Usi simili di forza in Afghanistan e Iraq, che sono ampiamente considerati come violazioni del diritto internazionale, sembra che non abbiano lasciato una grande impressione nei giornalisti britannici.

Anche altrove pare che i giornalisti abbiano dimenticato il diritto internazionale nelle loro considerazioni sulla Libia, invitando frequentemente all’invasione di un paese sovrano con la forza, malgrado non solo l’Articolo 2 (4) della Carta dell’ONU proibisca un simile uso della forza, ma lo faccia anche il linguaggio della stessa Risoluzione 1973 del CSONU.

Anche gli oppositori all’uso della forza sembrano inconsapevoli del diritto internazionale applicabile. Il parlamentare britannico Jeremy Corbyn, per esempio, ha chiesto alla Camera dei Comuni perché se viene utilizzata la forza contro la Libia per proteggere una parte in una guerra civile, non la usiamo in Bahrain dove decine di manifestanti disarmati sono stati uccisi per mano delle forze nazionali e straniere, o in Yemen dove circa 50 manifestanti pacifici sono stati massacrati da cecchini dell’esercito. Questa domanda almeno sembra comprendere il fatto che il diritto internazionale, per avere un valore reale nelle relazioni internazionali, deve essere applicato nelle situazioni simili in maniera simile. La mancata applicazione della legge in modo coerente nuoce gravemente al diritto ed alle sue restrizioni nell’azione internazionale.

DIRITTO INTERNAZIONALE: Mentre le decisioni rispetto all’uso della forza contro la Libia sembrano essersi basate più su emozioni che su una comprensione del diritto rilevante, questo diritto non è irrilevante. Il diritto internazionale continuerà a riflettere le regole generali che gli Stati utilizzano nelle loro relazioni reciproche molto dopo la fine del conflitto armato in Libia. Esso è anche, si può suggerire, cruciale per la pace e la sicurezza in un mondo composto da persone con valori e interessi diversi.

Forse il principio fondamentale del diritto internazionale è che nessuno Stato usi la forza contro un altro Stato. Questo principio è dichiarato espressamente nell’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta dell’ONU. Nessuno Stato può violare questo principio del diritto internazionale.

Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può ordinare l’uso della forza in circostanze eccezionali, secondo l’Articolo 24 (2) della Carta dell’ONU, il Consiglio “agirà in accordo ai Principi e Propositi delle Nazioni Unite”. Questo significa, per lo meno, che le opzioni per autorizzare l’uso della forza sono estremamente limitate se i mezzi pacifici di soluzione delle dispute continuano ad essere possibili. Nel caso attuale, sembra che il Consiglio di Sicurezza si sia affrettato ad utilizzare la forza.

Strette eccezioni al divieto dell’uso della forza si trovano nell’Articolo 51 e nel Capitolo VII della Carta dell’ONU. Le ultime disposizioni, specialmente nell’Articolo 42, permettono al Consiglio di Sicurezza di intraprendere un’azione che “può essere necessaria per mantenere o restaurare la pace e la sicurezza internazionale”. Le risoluzioni 1970 e 1973 affermano che saranno entrambe adottate secondo il Capitolo VII. Né l’una né l’altra, comunque, possiedono i requisiti dell’Articolo 42 che si sia giunti alla determinazione che siano fallite le “misure che non prevedano l’uso della forza”.

E’ difficile vedere come si possa giungere ad una determinazione simile in una guerra civile. Sembra che ci si debba quanto meno basare su una missione di indagine sul terreno. Tuttavia in Libia non si sono recate missioni di indagine del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza. Mentre vi sono pochi dubbi che i governi occidentali, come quello degli Stati Uniti, possiedano importanti capacità per determinare quello che accade in Libia mediante metodi di vigilanza a distanza, questo non presenta sufficienti prove riguardo al rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza da parte del governo della Libia. Solo osservatori sul terreno possono capirlo, come abbiamo visto nella disinformazione diffusa sulle azioni dell’Iraq basate su terze parti e fonti di vigilanza distanti.

Inoltre, l’evidenza del rispetto da parte della Libia riguarda tutte e due le parti in causa. La Libia ha annunciato quasi immediatamente che avrebbe rispettato i termini della Risoluzione 1973 del CSONU dopo che questa è stata adottata. Comunque, in una dimostrazione senza precedenti di intolleranza diplomatica, e senza conferma dei fatti sul terreno, i dirigenti occidentali hanno qualificato come bugiarda la guida libica.

La Libia ha offerto inoltre di accettare monitoraggi internazionali, ed è arrivata anche ad estendere l’invito affinché visitassero il paese. E in una concessione straordinaria, la guida libica aveva inviato un messaggio all’opposizione armata, quando questa aveva il sopravvento e si avvicinava a Tripoli, nella qualle si diceva pronto a rinunciare al potere e adabbandonare il paese. Fu solo dopo che questa offerta venne respinta e che i dirigenti dell’opposizione dichiararono che non era negoziabile la cattura ed uccisione della guida libica, che le truppe governative lanciarono la loro offensiva.

Se il diritto internazionale permette che gli Stati utilizzino la forza in circostanze molto limitate, esistono ancora meno circostanze nelle quali è permesso ad attori non statali di utilizzare la forza. Una di queste circostanze è quando si eserciti il diritto all’autodeterminazione contro una potenza occupante straniera e oppressiva. Questo può dare diritto agli iracheni o afgani ad usare la forza contro eserciti occupanti, ma non fornisce al popolo libico il diritto di utilizzare la forza contro il proprio governo.

Anche il diritto extragiudiziario della rivoluzione, la cui esistenza molti avvocati internazionali ammettono quando i limiti della legge vengono raggiunti, non è stato eccezionalmente invocato per i ribelli libici. Mentre la partecipazione al governo della Libia poteva essere un problema diffuso, il paese aveva il maggiore reddito pro-capite in Africa e uno dei migliori indicati negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Inoltre la Libia ha dimostrato nel passato di rispettare il diritto internazionale, applicando le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia nel conflitto con il Ciad e anche consegnando sospetti per i quali vi erano prove discutibili per il loro processo all’estero nell’affare Lockerbie.

Infine, il tema dell’autodifesa è rilevante nell’uso della forza contro la Libia. Piuttosto che giustificare l’attacco occidentale contro la Libia, sembra giustificare un’azione [eventualmente] intrapresa dalla Libia contro interessi occidentali. In altre parole, poiché la Libia è stata oggetto di un attacco armato che è probabilmente illegale secondo il diritto internazionale, ha diritto a difendersi. Questo diritto include la realizzazione di attacchi contro installazioni militari o personale di qualsiasi paese coinvolto nell’attacco. In altre parole, l’attacco contro la Libia di Francia e Stati Uniti rende le installazioni militari e il personale di questo paesi obiettivi legittimi di attacchi realizzati dalla Libia in qualità di autodifesa.

Senza tenere in conto la legalità dell’uso della forza di nessuna parte nel conflitto armato, il diritto umanitario internazionale e le leggi della guerra continueranno ad essere applicati. Secondo questo diritto, tutti gli Stati coinvolti in un conflitto armato devono essere attenti a non attaccare civili. Le autorità libiche hanno affermato di rispettare questa restrizione nella guerra civile, sebbene i ribelli abbiano rifiutato questa affermazione. Il diritto umanitario internazionale esige che nessuna forza militare si rivolga contro civili o installazioni civili in Libia.

Similmente anche il diritto internazionale dei diritti umani rimane vigente, rendendo l’attacco a civili soggetto a restrizioni dell’uso della forza emananti dagli obblighi internazionali dei diritti umani esistenti. Se l’utilizzo della forza contro la Libia è illegale, come affermato precedentemente, il criterio per determinare se si sta utilizzando forza sproporzionata è applicabile in tempi di pace. E’ questo il caso perché nessuno Stato coinvolto nell’uso della forza in Libia ha annunciato la deroga dei suoi obblighi dei diritti umani e perché sarebbe contrario all’oggetto e proposito di tutti i trattati esistenti di diritti umani che sia permesso agli Stati che semplicemente li derogano nell’iniziare un conflitto armato in violazione del diritto internazionale.

L’uso della forza in maniera contraria al diritto internazionale esistente è forse a lungo termine il più grande danno all’umanità. Nel Patto di Parigi del 1928 e di nuovo nella Carta dell’ONU del 1945, gli Stati concordarono di non utilizzare la forza gli uni contro gli altri per raggiungere gli obiettivi della loro politica estera. Il mondo occidentale è apparso sfidare ripetutamente questo accordo negli ultimi 10 anni, specialmente vista la propria disposizione a intraprendere azioni militari contro Stati a maggioranza musulmana. Nel farlo ha inviato un segnale innegabile alla comunità internazionale attraverso le proprie azioni, e malgrado alcune delle sue affermazioni, ovvero che il diritto internazionale non ha per esso alcuna importanza. Se questo messaggio non trova risposta dai propugnatori del diritto internazionale, allora i passi in avanti che sono stati compiuti per assicurare che la comunità internazionale rispetti l’autorità della legge potrebbero essere annullati dalle future generazioni.

L’autore è un prominente avvocato internazionale statunitense di diritti umani.

Copyright Al-Ahram Weekly. All rights reserved

Tradotto da Europeanphoenix al link (http://europeanphoenix.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=38:libia-diritto-internazionale-onu-risoluzioni-guerra-usa-francia-inghilterra-gheddafi&catid=1:diritti-umani)

Fonte originale: http://weekly.ahram.org.eg/2011/1040/re111.htm

Attacking Libya and International Law

Attacking Libya and international law

By the standard of international law, military action on Libya by the United States and allies is illegal, writes Curtis DoebblerAl-Ahram Weekly

On 19 March 2011, Western nations started the third international armed conflict against a Muslim country in the last decade. They went to great pains to claim that the use of force against Libya was legal, but an application of international law to the facts indicates that in fact the use of force is illegal.
This brief commentary evaluates the use of force against Libya, starting with UN Security Council Resolution 1973 that allegedly authorises it and the eventual attack on the people of Libya.


THE FACTS: Unlike the non-violent demonstrations in Egypt, Tunisia, Bahrain, Yemen, Saudi Arabia and elsewhere in the Arab world, the demonstrations that began in Libya on 17 February had deteriorated into a civil war within days. Both sides had tanks, fighter jets, anti- aircraft weapons, and heavy artillery. The government’s forces consisted of mainly trained military, while the armed opposition consisted of both defecting soldiers and numerous civilians who had taken up arms.

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Indications of the level of force each side has at its disposal were shown by claims on Saturday, 19 March, that both a Libyan government fighter and a fighter jet flown by the opposition had been shot down near Benghazi. As the civil war increased in intensity, the international community contemplated action in support of the armed opposition. On 17 March, the UN Security Council adopted Resolution 1973. And within 42 hours an attack on the troops of the Libyan government, aimed, according to the British Defence Minster William Hague, at killing the Libyan leader, had begun.
At around 12:00 noon local time in Washington, DC, on Saturday, 19 March, French fighters launched attacks against targets described as tanks and air defence systems. A few hours later, US battleships began firing cruise missiles at Libyan targets.

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Although Arab and Muslim countries had joined the coalition against their Arab and Muslim neighbour, none of them actually participated in the airstrikes by sending aircraft. Already just after airstrikes began, Russia, China and the secretary-general of the Arab League, Egyptian Amr Moussa, condemned the loss of civilians lives that were caused by the bombing sorties.
Despite denials of the intention to target the Libyan leader, sites such as the living quarters and compounds used by Colonel Muammar Gaddafi were attacked. After the first day of bombings, more than four-dozen civilians, including women and children, were reportedly killed.

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The attacks came after the UN Security Council adopted Resolution 1973. In response to this resolution the Libyan government had officially called a ceasefire in the civil war that it was waging against armed rebels whose base is Benghazi. Libya also announced that its airspace was closed. Western leaders responded to these actions by the Libyan government by claiming that they could not be believed and arguing that the fighting was continuing. Indeed, Libyan sources confirmed that the civil war was ongoing and that both sides continued to attack each other.

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UNSC RESOLUTION 1973: Resolution 1973 was adopted under Chapter VII of the UN Charter with 10 votes for, none against and five abstentions. Voting for it were the UN Security Council’s permanent members, United States, Britain, France, and non-permanent members Bosnia and Herzegovina, Colombia, Gabon, Lebanon, Nigeria, Portugal, and South Africa. Abstaining were permanent members Russia, China and non-permanent members Germany, Brazil, and India.

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The resolution was adopted on Thursday, 17 March, just after 18:30 local time in New York. US Ambassador Susan Rice described it as strengthening the sanctions and travel bans imposed earlier in UNSC Resolution 1970. It was promoted by the French and United Kingdom governments, but with a strong presence of the United States in the background pulling the strings.
At the UNSC meeting was the new French Foreign Minister Alain Juppé.

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Although as former Prime Minister he was not new to the UN, he arrived just weeks after his predecessor had been replaced for having accepted favours from a Libyan businessmen and just days after his government became the first Western government to recognise the forces fighting against the government in Libya’s raging civil war as the legitimate representatives of the Libyan people.
The Libyan government did not have a representative present at the meeting after its nominated ambassador, former President of the General Assembly Ali Abdel-Salam Treki was denied admission to the United States. Nevertheless, although officially relieved of his duties more than a week ago for defecting to the opposition, former deputy permanent representative Ibrahim Dabbashi was on hand at the Security Council media stakeout Wednesday to make a statement and take questions.

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Resolution 1973 contains 29 operative paragraphs divided into eight sections. The first section calls for an “immediate cease-fire” in its first paragraph and for respect for international law including “the rapid and unimpeded passage of humanitarian assistance.”
A curious second operational paragraph “stresses the need to intensify efforts to find a solution to the crisis” and goes on to qualify this as responding “to the legitimate demands of the Libyan people” and leading to “the political reforms necessary to find a peaceful and sustainable solution.” Such vague language leaves open both the question of which Libyan legitimate demands must be met and what political reforms are necessary. Legally these requirements also appear to be a direct interference in Libya’s internal affairs in violation of Article 2(7) of the UN Charter, which all UN Security Council resolutions are bound to respect according to Article 25 of the Charter. This apparently irreconcilable discrepancy will fuel speculation that the resolution is another example of politics refusing to respect international law.

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Paragraphs 4 and 5 concern the protection of civilians with the latter paragraph focusing on the regional responsibility of the Arab League.
The longest operative part of the resolution is then devoted to the creation of a no-fly zone in paragraphs 6 through 12. Article 6 creates the no-fly zone “on all flights in the airspace of the Libyan Arab Jamahiriya in order to help protect civilians.” Paragraph 7 then enumerates several humanitarian exceptions.
It is perhaps paragraph 8 that will focus the mind of most international lawyers where it is written that states may “take all necessary measures to enforce compliance with the ban on flights.” The use of the term “all necessary measures” opens the door to the use of force. At the same time, the use of force is limited to enforcing the no-fly zone and does not extend to attempts to kill the Libyan leader or to supporting one side in the armed conflict, although preventing the Libyan government from using its air force, of course, favours the armed opposition.

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Paragraph 8 is unusual in that is appears to authorise the use of force under Chapter VII without applying any of the safeguards for the use force that are stated in Article 41. There is no determination made that measures not involving the use of force had failed. In fact, Resolution 1973 was adopted after the UN Security Council, the UN Human Rights Council and the African Union had decided to send missions to contribute to a peaceful solution, but before any of these missions could visit Libya. Moreover, Resolution 1973 was adopted after an offer by the Libyan leader to step down and leave the country with his family had been rejected by the armed opposition without room for negotiation.
Paragraphs 13 through 16 call for an arms embargo and ” [d]eplores the continuing flows of mercenaries” into the Libya. In doing so, paragraph 13 decides that paragraph 11 of UNSC Resolution 1970 (2011) shall be replaced with a new paragraph that “authorises Member States to use all measures commensurate to the specific circumstances to carry out such inspections.” Again this language indicates that force may be used against seafaring vessels suspected of carrying arms to Libya in violation of the embargo.

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In paragraphs 17 and 18, states are required to deny take off, landing or overfly rights to “any aircraft registered in the Libyan Arab Jamahiriya or owned or operated by Libyan nationals or companies.” Although it is clearly stated that these provisions shall not affect humanitarian flights, it will undoubtedly complicate such flights.
Paragraphs 19 to 21 extend the asset freeze imposed by paragraphs 17, 19, 20 and 21 of UNSC Resolution 1970 (2011) to “all funds, other financial assets and economic resources” that are “owned or controlled, directly or indirectly, by the Libyan authorities… or by individuals or entities acting on their behalf or at their direction, or by entities owned or controlled by them.” The related paragraphs 22 and 23 extend the travel restrictions and the asset freeze in resolution 1970 (2011) to all the individuals in two annexes. In doing, these paragraphs essentially prevent members of the Muammar Gaddafi family from leaving Libya and effectively force them to fight the armed opposition.

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Paragraph 24 creates a new body, a “panel of experts”, to assist the committee created in UNSC Resolution 1970, to ” [g]ather, examine and analyse information from States, relevant United Nations bodies, regional organisations and other interested parties regarding the implementation of the measures” in UNSC Resolution 1970, to “[m]ake recommendations … to improve implementation of the relevant measures,” and to ” [p]rovide to the Council an interim report on its work no later than 90 days after the Panel’s appointment, and a final report to the Council no later than 30 days prior to the termination of its mandate with its findings and recommendations.”

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Paragraph 27 says all states “shall take the necessary measures to ensure that no claim shall lie… in connection with any contract or other transaction where its performance was affected by reason of the measures taken by the Security Council in Resolution 1970 (2011), this resolution and related resolutions.”
Finally, in penultimate paragraph 29, the Council “[d]ecides to remain actively seized of the matter.”

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PUBLIC PERCEPTIONS: By the time the resolution was in the public domain, British tabloids and broadsheets were already rallying the world to war. The French were convening a meeting being described as the planning meeting to use force. And while the US president was remaining cautiously ambiguous, other US officials were openly calling for military intervention in what had by now become a civil war in Libya.

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In the emotional fury, international law seems to have been forgotten. One BBC commentator went so far as to suggest that political support for a no-fly zone by the Arab League was a legal justification for the use of force. Similar uses of force in Afghanistan and Iraq, which are widely considered as violating international law, seem not to have had much of an impression on British journalists.

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Journalists elsewhere have also seemed oblivious to international law in their consideration of Libya, often calling for the invasion of this sovereign country by force, despite the fact that not only Article 2(4) of the UN Charter prohibits such a use of force, but so too does the language of UNSC Resolution 1973 itself.
Even opponents of the use of force seem unaware of the applicable international law. British MP Jeremy Corbyn in the House of Commons, for example, asked if we use force against Libya to protect one side in a civil war, why don’t we use it in Bahrain were dozens of unarmed protesters have been killed by national and foreign forces, or in Yemen where about 50 peaceful protesters were slaughtered by army sharpshooters. This query at least appears to understand the fact that international law, to have real value in international relations, needs to be applied in similar situations in a similar manner. Failure to apply the law consistently seriously undermines the law and its restraints on international action.

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INTERNATIONAL LAW: While decisions regarding the use of force against Libya seem to have been based more on emotions than on an understanding of the relevant law, this law is not irrelevant. International law will continue to reflect the general rules that states use in their relations with each other long after the end of the armed conflict in Libya. It is also, one might suggest, crucial to peace and security in a world made up of people of diverse values and interests.

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Perhaps the most fundamental principle of international law is that no state shall use force against another state. This principle is expressly stated in Article 2, paragraph 4, of the UN Charter. No state can violate this principle of international law.

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While the UN Security Council can order the use of force in exceptional circumstances, according to Article 24(2) of the UN Charter, the Council “shall act in accordance with the Principles and Purposes of the United Nations.” This means, at least, that when peaceful means of dispute resolution are still possible the options for authorising the use of force are extremely limited. In the present case, the Security Council appears to have rushed to use force.
Narrow exceptions to the prohibition of the use of force are found in Article 51 and Chapter VII of the UN Charter. The latter provisions, especially Article 42, allow the Security Council to take action that “may be necessary to maintain or restore international peace and security.” Both resolutions 1970 and 1973 state that they are being adopted under Chapter VII. Neither, however, meets the requirements of Article 42 that a determination has been made that “measures not involving the use of force” have failed.

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In a civil war it is hard to see how such a determination can be made. It would appear that at the very least it would have to be based on on- the-ground fact-finding. Fact-finding missions by the UN Human Rights Council and the Security Council have not yet gone to Libya. While there is little doubt Western governments, such as the United States, have significant abilities to determine what is happening in Libya with distant surveillance methods, this does not provide sufficient evidence of whether the government of Libya is complying with the Security Council’s resolutions. Only on-the-ground observers can determine this, as we have seen from the misinformation spread about Iraq’s actions based on third party and distant surveillance sources.
Moreover, the evidence of Libya’s compliance is mixed. Libya almost immediately announced it would respect the terms of UNSC Resolution 1973 after it was adopted. Nevertheless, in an unprecedented show of diplomatic intolerance, and without confirmation of the facts on the ground, Western leaders called the Libyan leader a liar.

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Libya has also offered to accept international monitors, even extending invitations to them to visit the country. And in an extraordinary concession, the Libyan leader sent a message to the armed opposition when they had the upper hand and were approaching Tripoli, offering to step down and leave the country. It was only after this offer was rejected and opposition leaders said it was non-negotiable that the Libyan leader be captured and killed that the government’s troops launched their offensive.

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If international law allows states to use force in very limited circumstances, there are even fewer circumstances in which non-state actors are allowed to use force. One of those circumstances is when the right to self-determination is being exercised against a foreign and oppressive occupying power. This might entitle Iraqis or Afghanis to use force against occupying armies, but it would not entitle the Libyan people to use force against their own government.
Even the extrajudicial right of revolution, that many international lawyers admit exists when the limits of the law have been reached, has not been explicitly relied on by the Libyan rebels. While participation in the governance of Libya might have been a widespread problem, the country had the highest per capita income in Africa and among the best Millennium Development Goals indicators. Moreover, Libya has shown itself to respect international law in the past, implementing judgments of the International Court of Justice in the conflict with Chad and even turning over suspects for which there was questionable evidence for trial abroad in the Lockerbie affair.
Finally, the question of self-defence is relevant to the use of force against Libya. Rather than justifying the Western attack against Libya, however, it would appear to justify action taken by Libya against Western interests. In other words, as Libya has been the object of an armed attack that is likely illegal under international law, it has the right to defend itself. This right includes carrying out attacks against military facilities or personnel from any country involved in the attack. In other words, the attack against Libya by France and the United States makes the military facilities and personnel of these countries legitimate targets for attacks carried out by Libya in self-defence.

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Regardless of the legality of the use of force by any party to the armed conflict international humanitarian law or the laws of war will continue to apply. According to this law, all states involved in an armed conflict must take care not to attack civilians. The Libyan authorities alleged they were respecting this restriction in the civil war, although the rebels refuted this claim. International humanitarian law requires that no military force may be directed against civilians or civilian facilities in Libya.

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Similarly international human rights law continues to apply, making attacks on civilians subject to the restrictions on the use of force emanating from existing international human rights obligations. If the use of force against Libya is illegal as suggested above, then the standard for determining whether disproportionate force is being used is that applicable during peacetime. This is the case because no state involved in the use of force in Libya has announced its derogation from its international human rights obligations and because to allow states to derogate merely by starting an armed conflict in violation of international law would be contrary to the object and purpose of any of the existing human rights treaties.
The use of force in a manner that is contrary to existing international law is perhaps the greatest harm to humanity in the long-term. In the Pact of Paris in 1928 and again in the UN Charter in 1945, states agreed not to use force against each other to accomplish their foreign policy ends. The Western world has appeared to repeatedly challenge this agreement in the last 10 years, especially by its willingness to take military action against predominately Muslim states. In doing so they have sent an undeniable signal to the international community through their actions, and despite some of their words, that international law does not matter to them. If this message is not answered by the proponents of international law, then the advances we have made to ensure that the international community respects the rule of law may be undone for future generations.

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* The writer is a prominent US international human rights lawyer.

http://weekly.ahram.org.eg/2011/1040/re111.htm